Il labirinto del silenzio

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

Come se nulla fosse mai accaduto

Mentre scriviamo, probabilmente, nelle stanze segrete dell’Academy si stanno decidendo le sorti de Il labirinto del silenzio, candidato tedesco all’Oscar per il miglior film straniero. Sopravvissuta alla ghigliottina delle pre-selezioni per la corsa alla vittoria della prestigiosa statuetta di categoria, sotto i cui colpi sono caduti in rapida successione moltissimi titoli degni di nota (tra le esclusioni più clamorose e a nostro avviso immeritate troviamo El club e anche il rappresentante nostrano Non essere cattivo), l’opera prima del regista e produttore Giulio Ricciarelli ha fin qui raggiunto la soglia della tanto ambita cinquina. Coincidenza vuole che quest’ultima sarà annunciata proprio il 14 gennaio, data scelta dalla Good Films per l’uscita nelle sale italiane, a due settimane circa dalle celebrazioni della Giornata della Memoria (collocazione forse più consona). Smaltita la delusione per l’eliminazione dai giochi dell’ultima meravigliosa fatica dietro la macchina da presa di Claudio Caligari, possiamo almeno consolarci con l’ingresso nella short list del film scritto e diretto da Ricciarelli, il cui cognome lascia intuire facilmente chiare origini italiane, per la precisione milanesi.

Un passo alla volta, Il labirinto del silenzio si è dunque fatto largo nelle preferenze degli aventi diritto al voto, scalzando contendenti decisamente più quotati. La cosa in sé ha destato non solo in noi più di una perplessità, nulla togliendo però ai meriti che vanno riconosciuti al rappresentante tedesco, il cui tema, l’importanza che riveste e la storia che racconta, va detto, hanno in passato fatto svariate volte breccia nei cuori e nelle menti dei membri dell’Academy, quanto basta ad averne indirizzato le scelte finali. Moltissimi, infatti, i film dedicati alla tragedia dell’Olocausto, alcuni dei quali scritti a caratteri cubitali nella storia della Settima Arte e giustamente premiati in quel di Los Angeles (basti pensare alle sette meritatissime statuette andate a Spielberg per il suo Schindler’s List). E non è un caso che tra i nove reduci ancora in corsa per la cinquina 2016, a far compagnia a Il labirinto del silenzio ci sia anche il candidato ungherese, il potentissimo Il figlio di Saul, incentrato anch’esso sul medesimo tema, ma con evidenti differenze per quanto concerne l’approccio alla delicatissima materia, lo stile, l’ambientazione, il punto di vista, il periodo storico e soprattutto il plot. Se da una parte troviamo un’opera che riesce a far vivere dall’interno l’orrore e la sofferenza delle atrocità perpetrate, quella di Ricciarelli prova invece a rievocarle di riflesso, andando a ripescare una porzione di storia inspiegabilmente taciuta, gettata in maniera clamorosa e delittuosa in una sorta di buco nero nel quale si è provato a risucchiarla.

La pellicola del regista milanese, qui alla sua prima esperienza sulla lunga distanza dopo una manciata di apprezzati cortometraggi (Vincent, Love It Like It Is e Lights) e una carriera da attore (tra le sue interpretazioni quella in Rossini), ha dalla sua parte il merito di aver portato sul grande schermo proprio queste pagine di storia volutamente negate e rimosse. Siamo nella Germania del 1958 e nessuno ha voglia di ricordare i tempi nefasti del regime Nazionalsocialista. Tutti tranne uno e questo qualcuno risponde al nome di Johann Radmann, un giovane pubblico ministero che si imbatte in una serie di documenti che aiutano a dare il via al processo contro alcuni membri delle SS che avevano prestato servizio ad Auschwitz. Gli orrori del passato e l’ostilità che avverte nei confronti del suo lavoro lo portano vicino all’esaurimento. Diventa quasi impossibile per lui trovare l’uscita da questo labirinto nel quale tutti sembrano essere stati coinvolti, direttamente o indirettamente. L’atmosfera e l’aria che vi si respira è un misto di ottimismo esasperato e di negazione, in un Paese che sta affrontando un percorso di ricostruzione, ma sul quale incombono le ombre dei crimini di guerra commessi da carnefici che si sono, come se nulla fosse mai accaduto, mimetizzati nel tessuto sociale. Che vi siano ancora oggi colpevoli impuniti e intere generazioni che ignorano tutto questo, persino l’esistenza dei campi di concentramento, lascia esterrefatti.

Non si ha traccia, infatti, di produzioni audiovisive precedentemente realizzate sul periodo in questione. Già questo dovrebbe far riflettere e allo stesso tempo aumentare il valore culturale, storiografico e informativo da riconoscere a un film come Il labirinto del silenzio. Nella sterminata filmografia prodotta sull’argomento, il fatto che non ci siamo precedenti cinematografici e televisivi non è un elemento da trascurare, bensì da tenere sempre ben presente quando si passa all’analisi critica del film. Per quanto ci riguarda, si tratta di un dato significativo e determinante ai fini del giudizio complessivo, che ci ha spinto ad assegnargli un voto che va oltre la sufficienza, nonostante la presenza di palesi limiti di scrittura e di messa in quadro colti nel corso della fruizione. Capita in più di un passaggio della timeline di imbattersi in stridenti strizzate d’occhio alla drammaturgia di stampo hollywoodiano e alla retorica sentimentale che è solita riversare sulle platee. Questa fa letteralmente a cazzotti con un’autocritica onesta e coraggiosa, un mea culpa che, al contrario, è tra i valori portanti del progetto e della cinematografia che lo ha partorito. Quella narrata da Ricciarelli è una storia di redenzione e di responsabilità che coinvolge alcuni uomini e donne che, nonostante una massiccia opposizione sociale e politica, si sono impegnati alla fine degli anni Cinquanta affinché la Germania smettesse di scappare dal suo passato, che all’epoca non era poi così lontano. Queste persone volevano che il proprio Paese fosse il primo al mondo a portare i suoi criminali di guerra davanti alla corte di un tribunale.

Il labirinto del silenzio paga questa “guerra intestina” che si consuma in uno script che sa anche regalare emozioni forti e coinvolgenti, momenti di tensione e lodevoli intersezioni tra documento e romanzesco, alternando sequenze dal dna epico ad altrettante a carattere psicologico. Il tutto purtroppo rallentato e depotenziato da digressioni e parentesi che generano stasi e passaggi a vuoto. Questo è uno degli effetti collaterali provocati da un certo modo di concepire la Settima Arte, che vede esigenze autoriali e contenutistiche intrecciarsi con quelle del puro intrattenimento. Per farlo, Ricciarelli ha scelto di innestare una vicenda fittizia all’interno di fatti realmente accaduti, affiancando a personaggi inventati (il protagonista Johann Radmann) altri veramente esistiti (la celebre figura di Fritz Bauer o il giornalista Thomas Gnielka). A suo modo, ciò che scorre sullo schermo è il risultato del suddetto compromesso: un dramma storico volutamente classico (a volte al limite del didascalico) nella confezione e nella regia, entrambe molto curate e attente ai dettagli storiografici, che si fa apprezzare per le pregevoli interpretazioni degli attori coinvolti (su tutti Alexander Fehling nel ruolo di Radmann, apparso in Bastardi senza gloria di Tarantino e conosciuto per aver vestito i panni di Jonas Hollander nella fortunata quinta serie di Homeland) e per sincerità e oggettività dello e nello sguardo di chi l’ha firmata.

Francesco Del Grosso

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