Il condominio dei cuori infranti

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

La sublime leggerezza umana

Lo scrivevamo per Tutti pazzi in casa mia di Patrice Leconte e lo abbiamo ripensato assistendo a Il condominio dei cuori infranti (titolo originale Asphalte) di Samuel Benchetrit: il cinema francese ha delle corde proprie in cui spesso a far da padrona è un’ironia mista ad amarezza tutta particolare.
Dal titolo potrebbe apparire un film sui condomini, alludendo magari alle beghe che accadono tra i vari inquilini di un condominio, ma il regista di I Always Wanted To Be a Gangster (2007) va in una direzione ben più profonda e meno “banale” di questa, dando vita a qualcosa che ha un sapore, talvolta, surreale. Ne Il condominio dei cuori infranti c’è una delicatezza di penna (sceneggiatura a quattro mani con Gabor Rassov), oltre che di sguardo che si tocca con mano sin dai primissimi fotogrammi mentre si presentano ai nostri occhi queste anime sole. L’impatto c’entra sicuramente con una questione di vita da condominio: sostituire o meno l’ascensore e i primi fanno gruppo contro uno solo, Stemkowitz (Gustave Kevern), contrario all’iniziativa. «Conosce la solidarietà?», gli chiedono e, in qualche modo, questa domanda si ribalterà sulla propria esperienza. Il suo aspetto – e ce ne accorgiamo senza che dica chissà quali parole – lo attanaglia ed è per questo che compie un atto in modo affannoso fino a pagarne le conseguenze. Ciò che gli accade ha un che di parossistico, ma lo porterà al di là delle quattro mura, di notte, in cerca di qualcosa e di qualcuno, nello specifico l’infermiera che fa il turno di notte, una Valeria Bruni Tedeschi che non straborda e cerca di non ripetere i cliché a lei legati. «Possiede un’ingenuità e qualcosa di infantile che mi tocca molto», ha dichiarato l’attrice ed effettivamente tutto ciò arriva con una recitazione che lavora in sottrazione.
Il lungometraggio è tratto da due racconti dello stesso Benchetrit raccolti ne “Les Chroniques de l’Asphalte”, con l’aggiunta della storia dell’attrice, Jeanne Meyer, a cui dà volto un’impeccabile Isabelle Huppert. La donna restituisce una duplice sensazione viaggiando su un confine. Da un lato, infatti, sembra che faccia a pugni con la sua condizione di essere sul viale del tramonto, dall’altro c’è anche una sua scelta di vita dato che si trasferisce in un condominio nelle banlieue parigine.
Se si pensa a queste “zone” vengono subito in mente condizioni come quelle descritte da Diamante nero di Céline Sciamma e pellicole che mettono al centro ragazzi che vogliono “evadere” verso nuovi orizzonti di vita. Qui Benchetrit aveva voglia di «raccontare la banlieue in modo diverso, attraverso personaggi che non siamo abituati a vedere quando parliamo di periferie» (dalle note di regia). Il suo occhio di bue entra in questo palazzo, scegliendo di esplorare in particolare tre solitudini, talvolta resta sulla soglia, in altri momenti esce con loro come nel caso delle “evasioni” notturne di Stemkowtiz.
Ne Il condominio dei cuori infranti le solitudini interne (Stemkowitz, la signora Hamida e Charly) si incontrano o vengono “invase” da quelle esterne (rispettivamente l’infermiera, John McKenzie, Jeanne Meyer), il tutto con un tatto ora poetico, ora ironico, ora surreale. Il cortocircuito che si verifica non vogliamo rivelarvelo perché vale davvero viverlo con questi protagonisti. Tra le cadute più fantasiose che accadono c’è quella di un astronauta dallo spazio (bravissimo Michael Pitt) accolto dalla signora Hamida (Tassadit Mandi) ferita nell’animo, ma allo stesso tempo solare, e soprattutto desiderosa di elargire affetto. Tra i due si crea anche un simpatico gioco linguistico che ironizza anche sullo straniamento.
Benchetrit, con poche parole, silenzi e piani sequenza, riesce così a raccontare un mondo addentrandosi e facendoci addentrare nelle fragilità umane, con toni tragicomici e malinconici. Senza cassare completamente le speranze, Il condominio dei cuori infranti regala sorrisi e strette al cuore che continuano a lavorare dentro di noi anche dopo l’uscita dalla sala cinematografica.

Maria Lucia Tangorra

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