I vitelloni

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9.0 Awesome
  • voto 9

I vitelloni e la Rimini sonnecchiante di Federico Fellini: genealogia di un regista

Al Soundscreen Film Festival 2020, per omaggiare Federico Fellini e Alberto Sordi, di cui ricorre il centenario della nascita, è stato proiettato I vitelloni, film che segnò l’ultima collaborazione tra i due artisti e che decretò per entrambi l’inizio di una folgorante carriera.
Per capire l’importanza de I vitelloni di Federico Fellini si potrebbe cominciare segnalando, a chi non lo sapesse, che era in assoluto il film preferito di Stanley Kubrick (non esattamente l’ultimo arrivato). Se è vero che ne Lo sceicco bianco era già presente, in maniera embrionale, l’immaginario magnifico e avvolgente del regista riminese, è ne I vitelloni che la cifra poetica specifica dell’autore prende corpo, propagandosi in quantità e forme diverse nella successiva filmografia. Roma, meta mitica e capitale del cinema, insiste fuori campo, illuminando retroattivamente l’intera narrazione, caricandola di quella malinconia che man a mano che il film procede emerge sempre più chiaramente. Il borgo natio, luogo statico, incapace di offrire un margine di emancipazione, ricettacolo di vizi e indolenze varie, è visto con occhio amorevole e indulgente da Fellini – incarnato dal giovane Moraldo (Franco Interlenghi) -, il quale non può comunque evitare di infliggere un taglio netto a un cordone ombelicale che ne avrebbe tarpato il genio e il talento, destinandolo a una vita sonnecchiante e frustrante.
Alberto, Moraldo, Fausto, Leopoldo e Riccardo, sebbene animati dall’entusiasmo della gioventù, si scontrano con l’apatia di un mondo che non può che risucchiarli e, in un certo senso, divorarli. Vagano per il lungomare uggioso di Rimini annoiati ed esemplare, in tal senso, è la sequenza in cui li vediamo indugiare, in pieno inverno, sulla banchina della spiaggia: lì Fellini mostra, quasi fisicamente, il limite oltre il quale non è consentito loro inoltrarsi. Non resta che perdersi in pensieri velleitari, in malinconie o, come fa Riccardo (“Se ti dessero diecimila lire te lo faresti il bagno?”), aspettare un miracoloso quanto improbabile evento che muti il corso di un’esistenza grigia e immobile. Ciascuno dei cinque si trascina in una vita senza orizzonte, in cui la massima aspirazione è costituita dal matrimonio e un lavoro che consenta la sussistenza. Ma se Alberto (un Alberto Sordi eccellente e giustamente premiato con il Nastro d’Argento per la sua interpretazione), Fausto, Riccardo e Leopoldo in maniera scomposta cercano di districarsi in uno spazio soffocante e chiuso, sperando illusoriamente di trovare uno sbocco, Moraldo-Federico è colui che avverte più chiaramente il disagio. Vaga di notte, da solo, come per trovare una tregua al nauseante senso di chiusura del piccolo paese. Sembra il meno deciso, ma in realtà è quello che serba il colpo davvero risolutore, rischiando tutto pur di sottrarsi a un destino fatalmente già scritto.
Probabilmente uno dei passaggi più riusciti del film, e che poi diventerà una sorta di topos dell’immaginario felliniano, è la festa di carnevale in cui, con una musica di fondo martellante e stridente (di Nino Rota), si dipana la miseria dei protagonisti, con Alberto mattatore, brillo e assai triste, che in preda ai fumi dell’alcol mostra tutto il proprio vuoto, sgomentando i personaggi che incontra e gli spettatori che guardano. I vitelloni si sviluppa in un vorticoso alternarsi di spensieratezza e tristezza, e Fellini si mostra già abilissimo a manovrare i vari stati d’animo così giustapposti, intrattenendo e facendo riflettere, divertendo e ammonendo. La scena leggendaria dei lavoratori della Mazda sbeffeggiati da Alberto fa il paio con quella avvilente di Fausto che importuna una signora al cinema e poi si getta alla ricerca di Sandra (Eleonora Ruffo), stanca dei suoi continui tradimenti. Oppure con l’altra inquietante in cui Leopoldo si apparta con il capocomico di una compagnia teatrale, sperando che la sua commedia possa piacergli, e invece ne subisce le avances.
Bello e travolgente il finale, con la macchina da presa che, simulando la prospettiva di osservazione di una locomotiva in partenza, quella in cui si trova Moraldo per raggiungere Roma, entra con rapidi e incisivi carrelli nelle case degli altri vitelloni, mostrando l’irrimediabile trascinarsi di una vita stantia e ripetitiva. Premiato con il Leone d’argento alla Mostra del Cinema di Venezia del 1953 e vincitore di tre Nastri d’Argento (miglior regia, migliore attore non protagonista, miglior produttore), I vitelloni fu anche candidato all’Oscar per la sceneggiatura scritta dallo stesso Fellini, Ennio Flaiano e Tullio Pinelli.

Luca Biscontini

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