Per sempre Fellini

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Cento anni di Grazia

Due notizie. La prima sarebbe che Federico Fellini avrebbe compiuto cento anni in questi giorni. L’altra che ci avrebbe lasciato ormai da molti anni. Una corrisponde a verità, la seconda no. Almeno non completamente. Perché il cinema di Fellini lo ritroviamo, invocato ospite, dietro l’angolo di moltissime opere cinematografiche recenti e contemporanee, basta aguzzare il nostro sguardo da cinefili ma anche no. Basta porsi qualche domanda assai più che lecita. Del tipo: cosa sarebbe il cinema di un autore ormai riconosciuto come Paolo Sorrentino senza quello di Fellini? Avrebbe dato ugualmente corpo a quelle folgoranti visioni cinematografiche che polarizzano – anche dividendo – i gusti di milioni di spettatori? La risposta la lasciamo danzare nell’incertezza, secondo una logica felliniana. Ma in realtà la conosciamo tutti. E quali rapporti ci sono, nemmeno così oscuri, tra la filmografia di Fellini e quella, tanto per fare un altro nome illustre, di David Lynch? Stretti, molto stretti, verrebbe anche qui da rispondere. Anche in questo caso si parla di un cinema capace di viaggiare ad altri livelli rispetto ai canoni della norma, quella che ha sempre collocato la cosiddetta Settima Arte un gradino sotto le altre. Poiché spettacolo ad inclinazione popolare e perciò poco elitario, almeno da un punto di visto culturale. Quindi Federico Fellini è stato uno “snob”? Qualcuno ha anche adombrato tale ipotesi, scambiando erroneamente una poetica personalissima e quindi unica, come forma di altezzoso distacco dal resto della massa. Parole o inchiostro sprecati. Bisognerebbe invece fornire una spiegazione ad un’altra questione. Quella sui motivi – tanti, troppi – sul perché, ieri ed oggi, Federico Fellini siede in posizione d’onore alla tavola dei grandi autori cinematografici riconosciuti immortali. Gente del calibro di Ingmar Bergman, Stanley Kubrick, Andrey Tarkovsky, Roberto Rossellini, John Ford, Alfred Hitchcock e via discorrendo. Tutte personalità che hanno dato una risposta, ognuno a proprio modo, alla fatidica domanda su cosa davvero sia il Cinema, quello con la maiuscola. Un inestricabile intreccio di immagini, illusioni, ricordi e precognizioni. Rielaborazioni provenienti dalla singola fantasia o direttamente da quel territorio oscuro chiamato inconscio. Raccontare vicende di persone provenienti da universi lontani che il Cinema rende vicini, ad una distanza quasi palpabile. Eroi e reietti. Gente comune che altrimenti passerebbe inosservata come capita quotidianamente.
Federico Fellini ha scelto la seconda strada. Idealizzando in chiave critica e metaforizzando. Ha parlato per indimenticabili immagini di lui e di noi. Di amarcord intimi e personali, nonché di società borghesi alla deriva. Di minuscole persone – in senso fisico, come la compagna di una vita intera Giulietta Masina – rese abilmente larger than life, come si usa dire in inglese, sul grande schermo. Ha raccontato di carnalità – attraverso le sue donne iperboliche – e poesia, combinando due istanze che mai sono state in antitesi l’una con l’altra, a dispetto di qualche moralista bacchettone. Sul finire della carriera ha gridato con tutta la voce che gli era rimasta in gola. Rendendo la metafora, sino ad allora sapientemente dissimulata, così scoperta da attirarsi più di qualche critica. Ma il rischio della telecrazia a reti televisive unificate, all’epoca, incombeva in modo talmente impellente che altro non avrebbe potuto fare. La battaglia era impari e non è stato ascoltato. Del resto si chiamava Federico Fellini e non era un predicatore. Sarebbe bello vedere la sua Arte ora, a confrontarsi direttamente con quel Moloch tecnologico apparentemente invincibile chiamato Web. Fake news e social poco sociali che inibiscono la conoscenza, il confronto, la fantasia, l’estro. Non avrebbe vinto, ma nemmeno perso. Alla fine, come nell’ordine naturale delle cose, ha preferito un’esistenza riflessa nelle opere altrui, l’unica che possa garantire l’eternità.
Un secolo volato via in fretta, al pari di tutti gli altri decenni che seguiranno. Con Federico Fellini ad osservarne lo scorrere con il suo, consueto, sguardo sornione. E magari il sorriso appena accennato, a metà tra il beffardo e l’amaro.

Daniele De Angelis

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