I miei giorni più belli

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8.5 Awesome
  • voto 8.5

Romanzi di vita

Tra i molti modi di far riemergere il passato in un’opera cinematografica – chiave nostalgica, punto di vista comico, traumi drammatici o addirittura plasmabili riletture fantasy – che esistono, Arnaud Desplechin ne ha scelto, come suo solito, uno assolutamente originale. Persino oltre il radicalismo della Nouvelle Vague, movimento del quale Desplechin (classe 1960) stesso potrebbe essere considerato l’unico degno erede e prosecutore ideale. Rendere cioè il flusso di ricordi una gigantesca miniera di materiali preziosi e non, in cui è difficile distinguere l’oro dall’argento, i diamanti dal carbone, la verità dalla fantasia, la gioia dal rimpianto. L’essenziale dal superfluo. Perché lo scopo ultimo de I miei giorni più belli (titolo originale, ancora più suggestivo Trois souvenirs de ma jounesse) non è certo quello di intrattenere incanalando le memorie in un genere specifico, bensì quello di creare un testo aperto che possa indurre lo spettatore alla riflessione su ciò che è oppure è stata la propria gioventù.
Del resto il cinema di Desplechin, così immediatamente riconoscibile per la sua straripante forza nella ricerca di una “terza via” formale, si è sempre contraddistinto per una incontenibile generosità. Quella di svelare qualcosa di così intimo e profondo che permetta ad ogni singolo fruitore del suo cinema di aggiungere un proprio tassello personale, a comporre quindi una sorta di mosaico a voci plurime che, per la propria natura, non potrà mai avere fine. Cinema come esperienza di gruppo. L’invito insito ne I miei giorni più belli è quantomai palese: se la vita – qualunque esistenza – è un romanzo, allora chiunque può esserne al contempo protagonista e artefice, vivendo in prima persona la propria storia e riscrivendo a suo piacimento il finale. In un afflato di cinema “condiviso”, utopia delle utopie, che ha davvero pochissimo eguali nel panorama contemporaneo. Dentro un florilegio di parole, sentimenti che trasudano da esse, sigarette che si consumano alla perenne ricerca di un senso da dare a quella giovinezza che pare infinita nel tempo cinematografico ed invece è già materia di bilanci e rilanci in quello presente, il personaggio principale Paul Dédalus (omaggio a James Joyce e chiaro alter ego dell’autore, a partire dal rapporto a dir poco controverso con la madre, già immortalato più dettagliatamente nel bellissimo documentario L’aimée) cerca il suo percorso imbattendosi in situazioni surreali e, soprattutto, nell’amore della sua vita, Esther. Tra sguardi in macchina capaci di andare ben oltre la scelta formale, emozioni pure che viaggiano al di là e al di qua dello schermo abbattendo anche la metaforica quarta parete, si dipana un passato che è puro romanticismo velato di malinconia, esplicitato dalla recitazione nevrotica dell’interprete feticcio Mathieu Amalric, cioè il Paul di mezza età che guarda al suo passato con tenerezza e amarezza, consapevole dell’impossibilità assoluta di sostenere la leggerezza dell’essere (stati). Innamorati, certo. Poiché gli amori di gioventù, così fragranti e impetuosi, mai ritornano in seguito, tendendo a divenire riottosi e problematici. Questa è la maturità; e Desplechin ha il merito di non nasconderla dietro la patina nostalgica, come tanti altri registi avrebbero fatto. Ciò che siamo è diretta conseguenza di ciò che siamo stati. Del bagaglio di errori dettati magari da inesperienza, di parole non dette e abbracci non dati. E, sovrapponendo fino al combaciamento assoluto cinema e vita vissuta – cosa che all’autore nativo di Roubaix, dove è ambientata buona parte del film, è sempre venuta spontanea – si potrà avere forse la possibilità di tracciare un bilancio, mai quella di avere una seconda chance.
L’unica cosa che rimane intatta, nella memoria come nella visione di un film che non potrà mai rimanere del tutto estraneo persino a guardarlo con disincanto, è la nitidezza di un volto, di uno sguardo ormai sbiadito dal tempo carnefice che non vuole sapere di fermarsi. Impedendoci, magari, di scegliere diversamente. Il gioco è terminato, al pari de I miei giorni più belli. Che sono stati nostri per una manciata di effimeri istanti…

Daniele De Angelis

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