Helmut Newton: the Bad and the Beautiful

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

In bianco e nero

Quando e perché si può essere considerati artisti? Domanda impegnativa dalle innumerevoli risposte. Una potrebbe essere la seguente: la personalità che, nel campo di propria competenza, è capace di imporre uno stile immediatamente riconoscibile. E, nell’ambito della fotografia, pochissimi altri autori hanno lasciato una traccia, tanto personale quanto indelebile, al pari di Helmut Newton. Un personaggio che, come molte altre persone baciate dal talento, ha sempre diviso l’opinione pubblica tra ammiratori e detrattori. Per quest’ultimi un provocatore sessuale (si badi bene, nell’accezione più ampia del termine…) in odor di perversione; per tutti gli altri un genio capace di scavare nella metà in ombra dell’universo femminile, mettendone in rilievo il lato forte e dominante soprattutto intellettualmente, oltre che dal punto di vista fisico. E non solamente questo. Anche un “nemico giurato” della normalità banale e routiniera; un artista capace, attraverso l’immagine fissa, di creare nuove realtà e significati semplicemente traslando l’uso ordinario di soggetti/oggetti in apparenza insignificanti, come il pollo in attesa di cottura (in tacchi a spillo) di un suo rinomato scatto.
Il documentario Helmut Newton: the Bad and the Beautiful, diretto da Gero Von Boehm e presentato Fuori Concorso al Torino Film Festival 2020, aiuta lo spettatore a definire un ritratto, al contempo pubblico e intimo, del celebre fotografo. Una personalità estremamente sfaccettata, ben lontana dallo stereotipo secondo cui, una volta assodata la propria tematica preferita, si tratterebbe di una sorta di erotomane teso a soddisfare, mediante la sua professione, le perversioni più nascoste. Al contrario, il lungometraggio ci mostra – grazie alle preziose testimonianze di Charlotte Rampling, Isabella Rossellini, Hanna Schygulla e Grace Jones, oltre a molte altre modelle, come ad esempio Claudia Schiffer, che hanno posato per lui nel corso della lunga carriera – un Newton assolutamente vulcanico ed improvvisatore in fatto di idee ma sempre molto professionale nei rapporti con i soggetti della sua arte, stabilendo con loro in molti casi un sincero contatto umano.
Nato a Berlino nel 1920 da famiglia di origine ebraica, Newton viene pesantemente influenzato – e non poteva essere altrimenti – dalla magniloquenza dell’iconografia nazista, tesa ad esaltare la purezza della razza ariana con immagini scultoree di uomini prestanti. La maestria tecnica delle propagandistiche immagini in movimento realizzate da Leni Riefenstahl divengono per lui un punto di riferimento. Il medesimo processo, in fondo, Newton lo realizza con il corpo femminile, mostrandone quegli aspetti androgini assieme intrigati e respingenti. Per merito di Newton nasce un altra tipologia di femminilità: una donna nuova, senza complessi di inferiorità, pronta a sfidare l’uomo sul suo stesso terreno, quello della (presunta) superiorità fisica. Prevalentemente in un bianco e nero così rifinito da mettere in scena un’autentica realtà alternativa. Ogni fotografia è accostabile ad un’opera cinematografica, poiché contiene al proprio interno una storia ed una narrazione pregressa, da raccontare osservandola con attenzione. Newton, scomparso nel 2004 in California a seguito di un incidente stradale, è stato un uomo perdutamente innamorato delle donne. Sposato con l’attrice e modella australiana June Brown ha costantemente subito la fascinazione per l’universo muliebre, tanto che il soggetto maschile, nei suoi scatti, quando presente ha sempre avuto funzione meramente ornamentale.
Al regista del documentario Gero Von Boehm, amico di Newton, va riconosciuto il merito di non essere scivolato in nessun momento nell’agiografia. Helmut Newton: the Bad and the Beautiful è intriso di estro creativo e sofferenza, di pura bellezza e di capacità di scavare nel fango. Perché, come sappiamo bene, gli estremi finiscono sempre per incontrarsi in un punto ideale nemmeno troppo immaginario.
Ci si congeda dalla illuminante visione del documentario con un’ultima foto, scattata da chissà chi. L’immagine in bianco e nero (nemmeno a dirlo) di Newton, morente dopo l’incidente, con la moglie a sorreggergli ed accarezzargli il capo. Ulteriore testimonianza di un processo irreversibile di umanizzazione dell’artista, che il film mette in scena senza inutili orpelli. Badando all’essenza proprio come una fotografia di Helmut Newton.

Daniele De Angelis

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