Hector

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8.0 Awesome
  • voto 8

Io vagabondo che sono io

Per tenere salde le redini di un film come Hector c’era bisogno, oltre che della mano sicura di un bravo regista e di una scrittura di buona fattura, anche e soprattutto della presenza di un attore al massimo delle proprie potenzialità, capace di caricarsi sulle spalle le sorti di una storia e di un personaggio di difficile gestione. L’opera prima Jake Gavin fa parte, infatti, di quella categoria di pellicole che possono sfuggirti da un momento all’altro; quanto basta per inabissarsi sotto la superficie della sufficienza. Ma per fortuna come vedremo non è andata così.
Questo perché per un film come quello scritto e diretto dal cineasta scozzese, presentato in anteprima italiana nel concorso lungometraggi della 17esima edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce, era necessaria – per non dire fondamentale – che la performance davanti alla macchina da presa dell’interprete principale fosse ben al di sopra della media. Insomma, la condicio sine qua non  per la sopravvivenza del progetto era una prova di altissimo livello, esattamente come quella portata sul grande schermo da un Peter Mullan in stato di grazia. Anche se meno estrema (la parte on the road però non  rispetto a quella di un Richard Gere in Time Out of Mind o di un Anthony Mackie in Shelter, la sua interpretazione in Hector (non a caso premiata all’Ajaccio English and Irish FF 2015), tanto fisica quanto emotiva, è di quelle che non si dimenticano tanto facilmente e che sono destinate a rimanere a lungo nel cuore dello spettatore. Gavin a sua volta la mette bene in evidenza, evidenziandone l’importanza attraverso una messa in quadro che predilige una macchina a mano che gli sta addosso costantemente, con piani stretti che consentono allo spettatore di entrare sin da subito in contatto e in empatia con lui. Abituati a vederlo alle prese con personaggi instabili, rudi e violenti, qui si misura con un disegno caratteriale diametralmente diverso e da lui poco battuto, ma che a nostro avviso riesce a rendere con la stessa identica intensità e partecipazione dei suddetti colleghi. Gavin gli affida il ruolo di capofila in un film dove anche tutti i personaggi secondari sono ben delineati e di spessore (vedi quelli della direttrice del rifugio per senzatetto di Londra Sarah e della giovanissima clochard Hazel), per cui solo con una prestazione maiuscola poteva farlo stare un gradino sopra le altre. Ci riesce magnificamente, restituendo sullo schermo il ritratto dolente e malinconico di un uomo dal passato tormentato, dal quale ha preferito scappare. Ma Mullan è bravissimo, con la complicità del regista che lo ha diretto, a spogliare il personaggio da tutta una serie di stereotipi e di elementi che puntualmente vanno a comporre l’identikit di un clochard: alcolizzato, drogato, etc…
L’attore britannico si cala corpo e anima nei panni di Hector McAdam, un uomo che si sta imbarcando nel suo viaggio annuale dalla Scozia verso un rifugio per senzatetto londinese, dove lo aspettano l’allegria natalizia e una cena a base di tacchino. Ma, sapendo che potrebbe essere l’ultima volta, decide di riannodare i fili del passato e ritrovare quanti ha abbandonato. Non è facile vivere senza una casa, ma Hector è forte e sa accettare le persone, e la vita, per ciò che sono. Sperimenta l’amicizia e la gentilezza, la delusione e la crudeltà, il disagio e la gioia. La sua odissea attraverso il paese è costellata di incontri casuali, compagni vecchi e nuovi che hanno bisogno del suo sostegno tanto quanto lui ha bisogno del loro.
Il risultato è un dramma struggente, ma mai buonista e superficiale, che accarezza e schiaffeggia il cuore di chi lo guarda. Scene come la morte di Daugie o gli incontri con il fratello prima e la sorella poi sono capaci di abbattere anche le difese immunitarie del fruitore più gelido. Per farlo, Gavin non ha però bisogno di sottolineare o di calcare la mano su nulla. Sceglie, infatti di non enfatizzare ed è questa la qualità più grande della scrittura e della messa in quadro. Con questi colori, il regista dipinge una dolce e allo stesso tempo dura storia di redenzione, che parla della difficoltà di amare e di essere amati, ma anche del senso di colpa e del saper perdonare. Tematiche che in Hector vengono sviscerate senza essere messi in vetrina. La forza della sua scrittura sta proprio nel non doverli urlare.

Francesco Del Grosso

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