Tra le onde, riaffiorano i fantasmi del passato
Stando a ciò che abbiamo scoperto conversando con lui, il nuovo film di Domiziano Delvaux Cristopharo sarebbe in realtà il primo di una trilogia comprendente anche Red Krokodil e Doll Sindrome, coi quali il pubblico ha già avuto modo di confrontarsi. Quantomeno il primo a essere girato, tenuto poi in standby da tempi di post produzione ritenuti più lunghi e laboriosi. E così Dark Waves lo vediamo riaffiorare ora, un po’ come le sinistre creature che appaiono dal mare a un certo punto del racconto…
Ecco proprio l’ambientazione marittima conferisce a quest’altro lavoro dell’eclettico cineasta italiano un timbro del tutto particolare, un’impronta fatalmente mediterranea in cui le zone d’ombra, gli spettri del passato, vanno sapientemente a inserirsi in un paesaggio costiero la cui apparentemente rassicurante solarità funge da contrasto, rispetto al rimosso e alle inquietudini che si agitano sottotraccia. Sotto la superficie dell’acqua, potremmo anche dire. Configurandosi strada facendo come una sorta di mélo dalle robuste venature orrorifiche, giocato sull’idea di dannazione e possibile redenzione, Dark Waves vede protagonista un’eccentrica coppia stabilitasi in un paesino di pescatori, dopo aver scelto quale dimora un edificio dall’aspetto singolare che gli abitanti del posto chiamano “la torre”. Sul conto di quella strana costruzione, così carica di mistero, circolano da tempo strane storie. Ma anche Sofiane e la bella Jazira (interpretati con notevole personalità da Nancy De Lucia e David D’Ingeo), sono arrivati lì con un bagaglio non trascurabile di segreti, rimorsi, sensi di colpa, legati a precedenti esperienze di vita il cui drammatico ricordo è destinato inesorabilmente a riemergere nel corso della storia.
Sia l’attenzione registica per i luoghi, per location pregne di suggestioni come certi antri la cui oscurità si trova a due passi del mare o come la stessa “torre”, sia la capacità di creare atmosfere spesse, in cui i veleni del passato portano i protagonisti a lottare per uno spiraglio di luce, rimandano a un Domiziano Delvaux Cristopharo perfettamente a suo nella peculiare natura di tale racconto cinematografico. Ed è un racconto, peraltro, pieno di impulsi erotici e autodistruttivi, di richiami simbolici, di inserti onirici molto ben rappresentati, da cui si sprigiona un magnetismo crescente. La spirale, riscontrabile tanto nelle conchiglie che nella disposizione data loro in qualche scena, sembrerebbe poi la figura cui una simile narrazione a incastri si ispira, coi personaggi principali che precipitano progressivamente in un vortice di ansie, paranoie, colpe riaffiorate dal buio delle profondità marine. Ma prenderne atto e lottare coi propri fantasmi non sarà forse, per Sofiane e Jazira, del tutto inutile.
Stefano Coccia









