Shelter

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8.0 Awesome
  • voto 8

Cuori nella tormenta

La realtà è spesso più forte e potente dell’immaginazione, non a caso a molti registi l’aver osservato e continuare a farlo con la medesima attenzione ciò che li circonda, che accade o è accaduto dinanzi ai loro occhi, è servito per raccontare tutta una serie di storie che probabilmente non avrebbero mai raggiunto il grande schermo. Paul Bettany, per il suo esordio alla regia dopo una lunga carriera passata sui set di mezzo mondo davanti alla macchina da presa, non ha fatto altro che affacciarsi dalla finestra della sua casa in quel di New York e guardare la vita scorrere inesorabile su due esistenze alla deriva, quelle di Hannah e Tahir, senzatetto fra le strade di una gelida Grande Mela, che troveranno nell’amore il rifugio più caldo e confortevole in una città inospitale e indifferente, stretta sotto la morsa di una tormenta che non risparmia niente e nessuno. Da qui il titolo Shelter, rifugio appunto, presentato in concorso nella sezione Panorama Internazionale alla sesta edizione del Bif&St dopo la premiere allo scorso Toronto Film Festival, nella speranza che possa trovare una qualche distribuzione nel nostro scellerato e cieco mercato.
Quella firmata dall’attore britannico è una lettera d’amore ai grandi drammi newyorkesi degli anni Settanta, scritta in punta di penna con delicatezza, cura, sensibilità e attenzione ai dettagli, tanto nella costruzione del racconto quanto e soprattutto nel disegno dei personaggi. Quest’ultimi sono il vero motore portante del film, poiché le dinamiche, le reazioni e le azioni che vedono impegnati i due protagonisti rappresentano il baricentro su e intorno al quale si sviluppa e ruota la drammaturgia, la messa in scena e la messa in quadro. Bettany gli consegna il timone, facendo in modo che siano loro a traghettare il racconto e con esso l’intera opera verso i titoli di coda. Una responsabilità non indifferente, questa, che richiedeva giocoforza l’utilizzo di una coppia di interpreti capace di supportare e sopportare, con una performance direttamente proporzionale alla difficoltà dei ruoli, un simile peso sulle spalle. E come poteva essere altrimenti, vista la provenienza e l’identikit del regista. Di conseguenza, l’apporto degli attori in un film costruito per e sugli attori stessi è determinante, con la scelta di Jennifer Connelly e Anthony Mackie per le parti di Hannah e Tahir si è dimostrata senza ombra di dubbio vincente. Entrambi regalano alla platea di turno altrettante intense, sofferte e solide interpretazioni, che valorizzano e sfruttano al meglio la scrittura, le one line e la componente dialogica. Il loro è un lavoro con la voce e in primis con e sul corpo, focalizzato sulle grandi o impercettibili sfumature di personaggi tridimensionali in perenne mutazione, chiamati a sopravvivere a un presente che gli ha definitivamente voltato le spalle, tormentati dagli spettri di un passato doloroso che prova a riemergere prepotentemente e spaventati da un futuro senza alcuna prospettiva. A quel punto, non gli resta che rifugiarsi uno nell’altro, essere uno il ricovero dell’altro, in un contesto sociale e umano che li ha emarginati, rendendoli invisibili. In tal senso, New York diventa di fatto il terzo personaggio della vicenda, freddo e distaccato, cinico, insensibile e crudele. La coppia la vive, l’attraversa, la percorre e la combatte quotidianamente. E la mente torna allo straziante Time Out of Mind di Oren Moverman, odissea metropolitana di un senzatetto con un Richard Gere in grandissima forma.
Shelter è una storia che non ci risparmia perdite, amore, sacrifici, redenzione e, infine, speranza. Il tutto in un valzer di emozioni senza soluzione di continuità che Bettany non trasforma in uno show del dolore. Il regista costruisce un’opera commovente, ma mai morbosa o alla ricerca della spettacolarizzazione. Fatti e natura dei personaggi come quelli che troviamo qui avrebbero spinto nella trappola chiunque, ma il regista è abile a dribblare le insidie delle sabbie mobili del pietismo a buon mercato. È questo il grande merito di una pellicola che sa come schiaffeggiare e accarezzare il cuore dello spettatore senza dover mai scendere a compromessi: duro e crudele, ma allo stesso tempo dolce e rispettoso, non ha paura di mostrare (l’iniezione di eroina vicino la vagina, la sodomizzazione nel bagno), ma anche di celare l’orrore in un fuoricampo che fa male almeno quanto quello che la macchina da presa decide di concedere al nostro sguardo. Salvo qualche imprecisione e lungaggine nella parte centrale, il film scorre senza particolari intoppi, grazie al già citato apporto del cast e alla regia di Bettany decisa, funzionale e puntuale che, con giochi di focali, camera a mano, pedinamento e qualche poetica soluzione visiva (la caduta a rallentatore sotto la pioggia), si mette completamente al servizio della storia e dei personaggi.

Francesco Del Grosso  

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