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Halloween Ends

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VOTO: 5,5

Giù la maschera, Michael Myers!

Possono esserci talora eventi cinematografici che trascendono il valore stesso dell’opera, su cui dovrebbe invece concentrarsi lo sguardo. Ma non sempre è un male. Anzi, il Male. Pensiamo sia questo il caso dell’anteprima di Halloween Ends che ha avuto luogo un paio di giorni fa in un multiplex di Roma, anteprima inserita in un’autentica maratona che ha dato modo agli appassionati di vedere (o rivedere) sul grande schermo, in ordine cronologico, tutti e tre i capitoli della “saga nella saga” che David Gordon Green ha realizzato in questi anni. Rivisitando così, dalla sua prospettiva, il seminale capolavoro di John Carpenter, Halloween – La notte delle streghe (1978).

Oltre all’elemento ludico rappresentato per l’occasione da un “clone” di Michael Myers che, nelle pause tra un film e l’altro, scorrazzava liberamente per la sala, spaventando o facendosi fotografare con gli spettatori attoniti, ad esserci garbata è stata proprio la possibilità di assaporare i tre capitoli della saga uno dietro l’altro. Così da averne uno sguardo d’insieme e poter formulare un giudizio più accurato sull’intera operazione. Giudizio che rischia ora di risultare un po’ schizofrenico, lo anticipiamo candidamente, vista la complessità (e l’apparente contraddittorietà, talvolta) dei vari risvolti…
Cominciamo proprio dalla “riesumazione” (e dalla fuga dopo anni di internamento) del così iconico Michael Myers. Ciò che ci aveva deliziato dell’Halloween datato 2018, pur in una cornice tendenzialmente già post-moderna, era proprio l’assidua e ispirata ricerca della complicità dello spettatore, da parte di David Gordon Green: un continuo giocare a rimpiattino col Mito, fatto di giocose simmetrie e impavidi tradimenti (ad esempio l’aver fatto tabula rasa dei sequel dell’originale), di omaggi sperticati e aperture verso altri orizzonti di depravazione e di morte.
Col successivo Halloween Kills, invece, la dicotomia di fondo si è fatta più audace. Più profonda, nel bene e nel male. E anche più lacerante, volendo, tant’è che agli ormai rituali omaggi all’impenetrabilità e indistruttibilità del Male rappresentato da Michael Myers (reso oggetto di una feticistica esaltazione: lo vediamo sopravvivere, nonostante l’età, a prove fisiche e a ferite di gravità sempre maggiore, che non gli impediscono però di rialzarsi prontamente e aggredire non più vittime isolate, ma turbe intere di uomini in divisa o cittadini inferociti) ha cominciato a sovrapporsi, sempre più spesso, quel passo da “horror sociale” di romeriana memoria che ha nella folla pronta a linciare un povero matto, scambiato per il serial killer in fuga, la prova più evidente. Da qui le aperture più interessanti del film ma anche l’incipit di uno spostamento dell’asse tematico della saga, dalle conseguenze a nostro avviso poco gestibili.
Ciò avrà un impatto più netto (e poco felice, sempre secondo noialtri) proprio nel capitolo conclusivo, per cui apprestiamoci a vuotare il sacco…

Se i primi due episodi del tributo firmato David Gordon Green risultavano strettamente connessi, a livello temporale, in Halloween Ends sono già passati alcuni anni, dall’ultima mattanza del Mostro. E per restare in ambito “carpenteriano” più che a un sequel di Halloween sembrerebbe di assistere, almeno all’inizio, a un grottesco spin-off de Il seme della follia, visto che un clima di morbosa insicurezza e atteggiamenti psicotici pare essersi diffuso a macchia d’olio in quella comunità di Haddonfield, la cui quiete è andata perduta da tempo: morti sospette, strani incidenti e suicidi dalle modalità particolarmente rivoltanti appestano ormai l’aria della sfortunatissima cittadina americana.
Uno di questi casi, quello che vede il giovane babysitter (anche questo un ruolo fortemente iconico, per la serie) Corey Cunningham accusato per la tragica scomparsa del suo assistito, un bambino troppo irrequieto, sarà particolarmente gravido di conseguenze. Perché è da lì che prende il via la svolta forse più spericolata del racconto, ovvero il proiettare su un “nuovo arrivato” quella tentazione del Male (in risposta qui ai torti subiti) orientata a produrre un ipotetico passaggio del testimone da Michael Myers al ragazzo, senz’altro in linea con la moda della “legacy” tanto diffusa presso la produzione horror contemporanea.

Già così le coordinate della saga e del suo leggendario villain cominciano a scricchiolare; vedere poi il super-predatore Michael Myers attendere le sue vittime rannicchiato in un condotto fognario, neanche volesse fare il verso a It, ancora letale ma quasi svogliato e rallentato dalla vecchiaia nelle sue movenze omicide, ci ha convinto ancora di meno. Tradire i codici narrativi di un horror di successo (come aveva fatto in precedenza l’epigono di Carpenter, con uno stile notevole nel primo capitolo e alternando scelte ispirate a qualche scivolone nel secondo) per ricontestualizzarlo e rivitalizzarlo è un conto, tentare questa strada per innestarvi poetiche liminari ma non proprio conformi o addirittura già trite e ritrite è un altro. Sì, perché tra i motivi per cui la prima parte di Halloween Ends difetta tanto di tensione, vi è innanzitutto quell’atmosfera rarefatta, mortifera ma fondamentalmente scialba, che in parte sembra replicare il disagio collettivo da provincia americana profonda dei primi film di David Gordon Green, soprattutto a livello giovanile, in parte rimanda proprio alle comunità malsane e corrotte da una malvagità diffusa di certe narrazioni “kinghiane”. A questa sensazione contribuisce senz’altro la riconfigurazione del personaggio di Laurie Strode (una Jamie Lee Curtis di anno in anno sempre più brava, sia chiaro, come è emerso di recente anche in Everything Everywhere All at Once), sempre combattiva ma trasformatasi anche per via del testo autobiografico che appare impegnata a scrivere in voce narrante, nonché coscienza ancora lucida della comunità. Se a queste “distorsioni” aggiungiamo il fatto che, quando il Male nuovamente si manifesta, la chiave splatter di certe uccisioni (vedi quelle nella stazione radiofonica) assume tratti eccessivamente grotteschi o addirittura demenziali, neanche fossimo in una pellicola di Bryan Yuzna o del primo Peter Jackson, possiamo ben dire che almeno nel terzo capitolo il post-moderno ha finito per prevalere un po’ troppo sul tributo al “povero” Michael Myers, sulla cui stessa maschera (omaggiata, a dire il vero, fino all’ultima inquadratura) pare calato infine un velo di stanchezza. Giù la maschera, giù il sipario.

Stefano Coccia

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