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Everything Everywhere All at Once

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VOTO: 8

Modalità multiverso

Matrix 2.2? Oppure indiretta filiazione dei film Marvel, con i fratelli Russo nell’occasione delegati alla produzione? Di certo abbonderanno i paragoni più o meno illustri, nel cercare punti di riferimento nei confronti di Everything Everywhere All at Once. Lungometraggio intriso di follia che conferma la sublime eccentricità del cinema dei suoi creatori, i registi e sceneggiatori Daniel Kwan e Daniel Scheinert (in arte The Daniels) già ammirati dalle nostre parti per il curioso Swiss Army Man (2016).
Trattandosi di opera puramente mentale, raccontare la trama di Everything Everywhere All at Once sarebbe già di per sé operazione insensata. Sarà sufficiente affermare che la tranquilla routine di Evelyn Wang (una fantastica Michelle Yeoh che si carica il film sulle spalle, irrorandolo di tutta l’energia possibile), donna di mezza età con marito pacioso, figlia gay, anziano padre spauracchio e una lavanderia da portare avanti con difficoltà, si interrompe bruscamente allorquando si trova a dover confrontarsi con una temibile ispettrice del fisco (un’impagabile Jamie Lee Curtis). Da quel momento parte un trip psicologico senza fine, in cui Evelyn moltiplica le proprie possibili esistenze in universi senza fine, cercando di mettere una parvenza d’ordine in un caos dove vorrebbe prendere il controllo una figura misteriosa di nome Jobu Tupaki. La cui identità, anch’essa scaturita da rimpianti e sensi di colpa, verrà svelata nel corso di una narrazione ovviamente sovrabbondante nonché avulsa da ogni lettura tradizionale.
Impresa tutt’altro che semplice dare ironica forma visiva a traumi, complessi edipici e non oltre che a timori ed angosce reconditi. Provando in aggiunta a restare in problematico equilibrio tra intrattenimento ludico e profondità di riflessioni. Nonostante il rischio di una sorta di effetto bulimico, sia formale che narrativo, sia sempre dietro il fatidico angolo – un angolo che sovente i registi tendono ad “esplorare” – Everything Everywhere All at Once conquista perché possiede il coraggio di intercettare perfettamente l’umore dei tempi attuali. Soffocati e storditi da una slavina di immagini partorite da quella “società dello spettacolo” profetizzata da Guy Debord nei propri saggi, quasi tutti i personaggi del film, Evelyn in primis, si gettano nella metaforica arena pronti al combattimento in stile mors tua vita mea. Ignorando l’altra soluzione, suggerita dalla mite, encomiabile, figura del marito di Evelyn, Waymond Wang: resistere sì, all’arroganza della prevaricazione e della cieca burocrazia; ma con gentilezza e sorrisi. Provando, per prima cosa, a comprendere in qualche modo le ragioni dell’altro. Un assunto che si concretizza in un epilogo di grande impatto e conseguente commozione, stazione finale di un percorso di crescita ironico ed iconoclasta ma che non trascura affatto note di benefica amarezza. Parente stretto, Everything Everywhere All at Once, di un’altro lungometraggio dolorosamente mentale come Se mi lasci ti cancello (2004) di Michel Gondry, rovescio di una medaglia solo in apparenza innervato di una vis ludica a tratti incontenibile. Con le sequenze del dialogo tra massi – nell’ennesimo universo parallelo privo di forme di vita riconoscibili – che valgono da sole la necessità delle visione, scaturite come sembrano da un ipotetico lavoro, peraltro particolarmente ispirato, dei mitici Monty Python.
Everything Everywhere All at Once rappresenta una piccola ma proprio per questo preziosa lezione su come sia possibile, anche al giorno d’oggi, realizzare un’opera di intrattenimento “morale”.

Daniele De Angelis

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