La libera scelta
Ci sono tematiche che più di altre richiedono una discreta dose di attenzione sia nel modo in cui vengono approcciate che per come vengono trattate. Il peso specifico e le implicazioni che le caratterizzano impongono al regista di turno un’estrema cura e una spiccata sensibilità nel maneggiare la materia prima in oggetto. Il suicidio assistito è una di queste e rappresenta una delle questioni più complesse e delicate all’interno del dibattito contemporaneo sul fine vita. Attorno a questo tema si sviluppano infatti riflessioni etiche, giuridiche, politiche e culturali cruciali, che riguardano la dignità della persona malata, il principio di autodeterminazione e il ruolo dello Stato nella regolamentazione delle scelte esistenziali più profonde.
Se in Italia il dibattito sulla questione si è intensificato, producendo nuove proposte legislative, pronunciamenti giurisprudenziali e iniziative regionali che, se da un lato confermano l’urgenza di affrontare il tema in modo pubblico e sistematico, dall’altro mettono in luce l’assenza di un quadro normativo nazionale chiaro e condiviso, in Germania invece nel 2020 i tribunali hanno dichiarato che le persone hanno il diritto di porre fine alla propria vita, aprendo la strada e rendendo legale tale pratica. Ed è qui che Pavel Cuzuioc è andato per cercare storie e materiali sull’argomento per il suo nuovo documentario dal titolo Green Light (Grünes Licht), presentato nella sezione Visti da vicino della 44esima edizione del Bergamo Film Meeting, dopo i passaggi ad altre prestigiose kermesse come Locarno e la Viennale. Ed sempre qui che ha incontrato quello che poi è diventato il protagonista del suo ultimo lavoro, il Dr. Johann Spittler, neuropsichiatra che valuta la capacità decisionale di chi richiede il suicidio assistito. In oltre vent’anni ha approvato più di 700 casi e ha assistito personalmente molti pazienti. È tra i pochi medici che affrontano il legame tra sofferenza fisica e mentale, interrogandosi sui limiti della libertà individuale.
In tal senso il titolo dell’opera fa riferimento proprio al “semaforo verde” che le sue approvazioni conferiscono a coloro che si sottopongono al cosiddetto “interrogatorio” per ottenere il consenso ad avvalersi della suddetta pratica. Green Light offre uno sguardo diretto sul lavoro controverso e impegnativo di Spittler, offrendo al contempo un complesso affresco di zone grigie etiche, determinazione umana e fragilità giuridica. Il cineasta moldavo-austriaco-rumeno non intende però dare delle risposte, ma alimentare e stimolare nuovi spunti di riflessione. Il ché mette se stesso e il documentario da lui firmato a riparo da potenziali attacchi, tempeste mediatiche e campagne denigratorie, quelle che al contrario hanno creato non pochi problemi a film che si sono pronunciati sull’eutanasia come Fai bei sogni o Love is all. Piergiorgio Welby, Autoritratto.
Cuzuioc dal canto suo, con la consueta cura con cui è solito osservare e catturare le esperienze umane e la profondità emotiva (vedi i precedenti Please Hold the Line e Secondo me, rispettivamente sui riparatori di cavi al lavoro nell’Est Europa e i guardarobieri di tre differenti teatri d’opera), si limita, trovando la giusta distanza con la macchina da presa, a osservare e a raccogliere parole di coloro che per motivi differenti chiedono la libertà di scegliere e di esprimere la volontà di porre fine alla propria esistenza. La cinepresa, rinunciando a interviste frontali e a qualsiasi soluzione visiva rilevante, filma con rigore e rispetto assoluti gli “interrogatori” di Spittler, accompagnandolo tra uno e l’altro anche nei viaggi in macchina e in treno, nelle passeggiate con il cane, nel suo studio mentre redigi i report, oltre che negli incontri con l’avvocato e il supervisore. Momenti, questi, altrettanto forti e importanti ai fini dell’esplorazione a 360° della tematica e degli aspetti medici, etici e legali, ma anche per mostrare il controcampo e il difficile lavoro di chi si confronta professionalmente e umanamente con chi vuole ricorrere al suicido assistito. Il risultato è sicuramente una visione ostica che può turbare, ma a nostro avviso necessaria di un’opera che parla di diritti, d’identità, di morte e di vita, inestricabilmente abbracciate.
Francesco Del Grosso









