Corpo estraneo
La manodopera a basso costo delle collaboratrici domestiche è un problema sempre attuale e diffuso alle diverse latitudini. Ci sono nazioni come Cipro in cui i compensi mensili destinati ai lavoratori e alle lavoratrici del settore, in stragrande maggioranza provenienti dal Sudest asiatico, si aggirano intorno alle 300/400 euro. Cifre, queste, davvero vergognose e non equiparabili all’impegno profuso e alle mansioni svolte settimanalmente, h24, sei giorni su sette, a maggior ragione per persone che arrivano dall’altro capo del mondo, dopo avere lasciato casa e affetti, per mantenersi e mantenere le proprie famiglie rimaste nella terra natia. Ed è per raccontare la storia di persone come queste, invisibili agli occhi della società, che Elias Demetriou ha realizzato la sua ultima fatica dietro la macchina da presa dal titolo Maricel, presentata nel concorso della 44esima edizione del Bergamo Film Meeting.
Quella narrata dal cineasta di Famagosta è una vicenda che si ispira a una situazione reale, con la protagonista, la Maricel chiamata in causa dal titolo, che si rifà di fatto alle tante lavoratrici che come lei sono arrivate dalle Filippine per prendere servizio sull’isola. L’opera pertanto vuole al contempo rendere omaggio a persone come lei e porre l’attenzione sulla condizione che le riguarda. La giovane ventiquattrenne viene assunta per prendersi cura di una coppia di anziani in una casa situata in un piccolo paese sulle colline cipriote. Quello che doveva essere un lavoro semplice si rivela però una convivenza difficile, che la porterà a confrontarsi con la diffidenza, i pregiudizi e le tensioni latenti, mettendo a dura prova la tolleranza di tutti.
Con Maricel, Demetriou approfondisce i temi della migrazione, del sacrificio e del costo emotivo della distanza. Alla lontananza dai genitori si somma anche quella dalla figlia di quattro anni, affidata alla nonna materna. Il tutto viene inserito nel contesto delle piccole comunità e delle dinamiche che le caratterizzano, tra pregiudizi, tensioni e diffidenza nei confronti degli “stranieri”. Gli stessi contro i quali si dovrà scontrare per gran parte dell’arco narrativo la protagonista, qui interpretata da un’intensa e convincente Zar Donato, nel momento in cui si ritrova ad essere un “corpo estraneo” tanto nell’abitazione degli anziani dei quali si deve prendere cura quanto tra la gente del paesino dell’entroterra dove essi risiedono. Il compito di Maricel sarà quello di farsi accettare, azzerare le distanze e abbattere tutte le “barriere” mentali esistenti. E la mente torna a Sette opere di misericordia dei fratelli De Serio, ma lasciamo alla visione del film del collega cipriota tutte le risposte del caso. Una visione che arriva a toccare le due ore, andando oltre quelle che sono le reali esigenze narrative e drammaturgiche. Sta dunque nella durata il tallone d’Achille di un’opera che se fosse stata più asciutta e diretta, avrebbe convinto maggiormente quella fetta di pubblico che quei minuti di troppo li ha sofferti tanto quanto noi.
Francesco Del Grosso









