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Good Boy

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VOTO: 8,5

Quello strano rapporto tra sequestrato e rapitore

Jan Komasa, da noi già intervistato in occasione di CiakPolska 2024, è tornato a Roma lo scorso 26 febbraio per presentare alla stampa il suo Good Boy, che sempre nella capitale aveva beneficiato qualche mese fa di una vetrina importante come la Festa del Cinema.
Sentir parlare il cineasta polacco si rivela confortante ogni volta. Poiché a una forte consapevolezza del mezzo cinematografico riesce sempre ad abbinare uno sguardo non omologato nei confronti della società, della vita stessa; quello stesso sguardo che lo porta, poi, a realizzare opere che provocatorie lo sono non per partito preso, ma perché pongono lo spettatore (al pari dei suoi protagonisti) in una posizione scomoda, dialettica, conflittuale, laddove la scelta tra il Bene e il Male non è più soggetta ad automatismi bensì ai tempi di una progressiva e talora sorprendente mutazione.

Tale trasformazione interiore (con ripercussioni anche nel “mondo fisico”) è il leitmotiv di personaggi maschili come quelli che abbiamo ammirato in Corpus Christi (20I9) e The Hater (2020). Nel più recente Good Boy una prospettiva del genere va inevitabilmente incontro a un “raddoppiamento”, essendo due i soggetti dal cui incontro nascono conseguenze inaspettate. E a “triplicare” la vertigine del così paradossale racconto vi è inoltre l’ambientazione stessa, giacché per l’occasione Komasa ha effettuato una parte consistente delle riprese non in Polonia (nei cui studi, a Varsavia, qualcosa ha comunque girato) ma in una cornice anglosassone, nello Yorkshire per la precisione; ed eccola lì, l’apertura al Regno Unito, come a seguire le orme di un Maestro e mentore d’eccezione, quello Jerzy Skolimowski che è stato il primo a proporgli il film e che ne risulta peraltro co-produttore.
Quasi inevitabili i cambi di tono: il personaggio di Tommy, debordante teppistello energicamente interpretato da Anson Boon (lanciatissimo, nel cast della serie Mobland, al fianco dei vari Tom Hardy, Helen Mirren e Pierce Brosnan) pare uscito da uno dei momenti lisergici di Trainspotting o da qualche pellicola di Ken Loach su universo adolescenziale e proletariato britannico. Le sequenze iniziali, dal montaggio vorticoso e sincopato, sono per l’appunto un “tributo” alle sue serate balorde e piene di ininterrotte bravate, in compagnia di una fidanzatina usata come tappezzeria e di amici altrettanto fuori di testa, tra risse in discoteca, scopate facili, atti vandalici, alcol e droga. Tutto quel mondo, insomma, la cui vacuità e assenza di regole viene quotidianamente celebrata sui social, soprattutto quelli che vanno da OnlyFans a TikTok.

Nemesi (o catarsi?) inaspettata, l’intrattabile ragazzo viene rapito nel cuore della notte, in strada, da un apparentemente quieto uomo di mezz’età, Chris (il formidabile Stephen Graham, Golden Globe per la serie Adolescence), che vive in una vecchia villa nella brughiera assieme a sua moglie Kathryn (Andrea Riseborough) e al figlioletto Jonathan.
L’adolescente “hooligan” si ritrova così nella loro cantina, in catene, sottoposto a una sorta di “rieducazione politica” fatta di video sermoneggianti, punizioni anche fisiche qualora il ragazzo venga meno alle loro regole o abbia reazioni inconsulte, scomposte, persino premi e incoraggiamenti nel caso che dia invece l’idea d’aver imparare la lezione. Intessuta di sottintesi, rimozioni e zone d’ombra, l’oscura vicenda che deve aver cambiato per sempre la vita di Chris e della sua famiglia è destinata a restare sullo sfondo, ma pare da subito il motore di una situazione tanto estrema, interpretabile anche all’insegna di un precedente lutto mai completamente rielaborato.
Fiaba “dark” d’ambientazione contemporanea, kammerspiel allucinato, inconsueto “apologo morale”, Good Boy pone le premesse di una insolita Sindrome di Stoccolma che però trascende la plausibilità delle reazioni psicologiche, le stesse dinamiche di genere (pur degnamente rappresentate nei momenti più tesi), proponendosi al contrario quale terreno di incontro/scontro tra differenti scale di valori, allorché il ricorso stesso alla violenza (complice la parallela vicenda della domestica d’origine macedone, da poco assunta in quella casa e parimenti alle prese con trascorsi brutali, drammatici) viene inteso dalle due parti in modo sensibilmente diverso.

Se uno guardasse al film solamente nell’ottica del rapimento, della componente “noir”, troverebbe allora alcune parti del racconto alquanto forzate, estremizzate, per non dire proprio artefatte e illogiche. Ha fatto quindi benissimo Jan Komasa in conferenza stampa a sottolineare quanto per lui il lungometraggio non punti al realismo di ogni situazione, ma tenda a configurarsi quale “allegoria”. E da questo punto di vista Good Boy, col suo ascendente “kubrickiano” (quella sorta di “Cura Ludovico” cui viene sottoposto il ragazzo, attraverso le immagini proiettate su uno schermo) e altre trovate stranianti in ballo, lascia più di uno spunto su cui riflettere. A partire magari da quel concetto di “libertà” così spesso banalizzato o ridotto ad assoluto, all’interno della società occidentale, senza che sia data possibilità di ulteriori riscontri, raffronti e analisi.

Stefano Coccia

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