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Tienimi presente

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VOTO: 7,5

Vorrei fare il cinematografo…

Dopo l’accoglienza positiva di pubblico e critica ricevuta alla première nella sezione Freestyle della Festa del Cinema di Roma 2025, laddove si è aggiudicato il premio per la migliore opera prima, per l’esordio di Alberto Palmiero è finalmente giunto il momento dell’uscita nelle sale. Ecco allora Tienimi presente approdare nei cinema nostrani a partire dal 26 febbraio 2026 con Fandango.
La pellicola scritta, diretta e interpretata dal ventisettenne regista aversano è un ritratto a tutti gli effetti, un’autobiografia per l’esattezza, trasposta non sottoforma documentaristica bensì romanzata. La storia del film è dunque la sua storia, quella di un giovane regista disilluso di nome Alberto, ormai convinto che il cinema non abbia più nulla da offrirgli. Ma è proprio rinunciando al suo sogno che ne scopre il senso più profondo. Dopo anni vissuti a Roma nella speranza di fare un film — tra progetti incerti e produttori perennemente in fuga — Alberto, ormai vicino ai trent’anni, decide di fare marcia indietro e tornare nella sua città natale. La vita da aspirante artista si è rivelata più solitaria del previsto, e la provincia, con i suoi ritmi lenti e volti familiari, sembra offrirgli un rifugio inaspettato. Tra vecchi amici, nuove conoscenze e qualche momento di pace, Alberto ritrova una tranquillità che aveva perduto. Ma basta poco perché riaffiorino i dubbi, i desideri messi da parte e quella domanda che non smette mai di tormentarlo: cosa fare davvero della propria vita? Il bivio è chiaro: restare, ricominciare o trasformare questo frammento di vita in racconto.
È da qui che nasce Tienimi presente, una sorta di romanzo di formazione che vuole fare una radiografia della realtà odierna, quella che pesa sulle spalle di moltissimi giovani che in Italia, e soprattutto in provincia e nel Sud, non hanno alcuna opportunità lavorativa. Al contempo Palmiero, con la complicità in fase di scrittura di Davide de Rosa, porta sullo schermo una vicenda con e attraverso la quale l’autore stesso dichiara il proprio rapporto conflittuale di amore/odio nei confronti della Settima Arte, fatto di quel mix di attese, silenzi, speranze, frustrazioni e promesse non mantenute, che ogni aspirante regista suo malgrado conosce bene. Da questo percorso accidentato di vita e professionale ha preso forma e sostanza narrativa e drammaturgica una commedia tragicomica che ricorda lo humour del primo moretti e la malinconia del Gianni Di Gregorio più ispirato. Come loro, anche Palmiero, oltre alla regia, ci mette anche la faccia, vestendo i panni del protagonista, esponendosi in prima persona con un approccio e uno stile che per fortuna evita di scimmiottare e replicare quelli di Troisi. Il riferimento nella costruzione del personaggio, delle situazioni e il tipo di umorismo rimandano a quelli del compianto e celebre collega campano che hanno fatto scuola, ma diversamente da Siani o altri che insistono invano nell’imitarlo, Palmiero ci mette del suo e fa un buon uso delle linee guida del suddetto modello per divertire e fare riflettere con scene e battute ben affilate.

Francesco Del Grosso

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