Home In sala Uscite della settimana La mattina scrivo

La mattina scrivo

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VOTO: 7,5

Uno scrittore tuttofare

La stragrande maggioranza dei film che raccontano le vicissitudini umane e soprattutto professionali di uno scrittore o di una scrittrice ruotano e si sviluppano narrativamente e drammaturgicamente intorno alla crisi creativa più o meno profonda che ha investito il personaggio principale, incapace di produrre anche solo una riga sulla tanto temuta pagina bianca. Di riflesso ecco palesarsi sullo schermo le conseguenze di tale blocco, tra tormenti, delusioni e frustrazioni che impediscono all’autore di turno di dare un seguito ai fasti letterari delle precedenti pubblicazioni, con relative pressioni e attese da parte dei lettori, degli addetti ai lavori, della stampa, degli agenti e degli editori. La mattina scrivo (À pied d’œuvre), ultima fatica dietro la macchina da presa di Valérie Donzelli, in uscita nelle sale nostrane il 5 marzo 2026 con Teodora Film dopo la vittoria del premio per la migliore sceneggiatura all’82esima edizione della Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia, ha il merito e l’intelligenza di andare oltre il già detto e mostrato sul tema, aggiungendo allo schema classico elementi ulteriori che consentono al plot, ai suoi sviluppi e al disegno del protagonista, di ampliare i relativi orizzonti.
Tratta dal romanzo omonimo di Franck Courtès (edito in Italia da Playground), la pellicola della regista e attrice francese, scritta a quattro mani con Gilles Marchand, racconta la storia vera di un quarantenne che abbandona tutto per dedicarsi alla scrittura, scoprendo la precarietà e la povertà e pagando il prezzo più alto per essere libero. Quando i risparmi finiscono, è costretto a iscriversi a una piattaforma di lavori occasionali, passando le giornate a svuotare cantine e falciare erba per pochi euro. Mentre lotta per trovare il tempo e la forza di scrivere, si scontra con i pregiudizi della società e della sua famiglia, che vede la sua scelta come un fallimento. Ma, tra sacrifici e rinunce, Paul riuscirà a trovare l’ispirazione e a scoprire il valore del proprio tempo. L’uomo in questione è lo stesso Courtès, rinominato Paul Marquet nel film e incarnato da un Bastien Bouillon di grandissima forza e intensità, che partendo dalla sua esperienza personale racconta le conseguenze della subitanea e radicale scelta di abbandonare la remunerativa attività di fotografo freelance per dedicarsi anima e corpo alla sua vocazione.
La Donzelli trae linfa narrativa ed emozioni dalle pagine dell’opera di Courtès, rispettandone l’essenza e rimanendo fedele all’onestà del percorso esistenziale dell’autore, alla sua semplicità e disciplina. Il risultato è un film vero e realistico che si interroga e riflette sul valore che diamo a una vita guidata da una passione silenziosa, poco spettacolare, ma inarrestabile: il bisogno di creare, qualunque cosa accada. Il tutto evitando le sabbie mobili dell’autocommiserazione, portando sullo schermo il ritratto vero e realistico di un uomo/artista che non si considera una vittima e non incolpa un sistema che presumibilmente favorisce solo coloro che hanno già le spalle coperte. Insomma, nessun piagnisteo, ma un’immersione nella vocazione di uno scrittore, tra pubblico e privato, che passa attraverso un pedinamento rigoroso nelle difficoltà e nelle crudeltà del lavoro contemporaneo di uno scrittore che per sopravvivere e potersi mantenere si affida alle piattaforme di gig economy. Così facendo prende forma e sostanza un’opera che mescola al contempo sociologia e il racconto del lavoro del romanziere, che non è sempre rose e fiori. La Donzelli offre di fatto uno sguardo necessario e poetico sulla tenacia, sul compromesso e sulle nuove forme di povertà, con un film nelle cui vene scorre un’anima nouvellevagueana che ne influenza tanto il modo di narrare quanto di mettere in quadro (vedi le soggettive in analogico).

Francesco Del Grosso

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