Ghostbusters: Legacy

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Redivivi?

Ricapitolando: Ghostbusters – Acchiapafantasmi (Ghostbusters, 1984) di Ivan Reitman è stato uno dei maggiori incassi degli anni Ottanta ed è divenuto ben presto una pietra miliare dei cult movies; Ghostbusters II – Acchiappafantasmi II (Ghostbusters II, 1989), sempre diretto da Reitman, fu un seguito molto atteso ma inferiore, principalmente a livello d’incasso, al primo capitolo, benché sia rimasta nella memoria degli spettatori (e nella storia degli effetti speciali) l’animazione della possente Statua della Libertà. Tra questi due episodi si è creato un fruttuoso merchandising: il serial cartoon – e relativi spin-off – The Real Ghostbusters (1986-1991), un avvincente videogioco e svariati oggetti scolastici (zaini, quaderni, cancelleria ecc.). Nel 2016 si tentò il recupero – e il rilancio – del soggetto con Ghostbusters, diretto da Paul Feig e con una storia totalmente al femminile, dove i protagonisti superstiti dell’originale comparivano, con tocco cinefilo, in camei (ma non vestendo i panni dei personaggi principali). Questo reboot non incassò quanto i produttori avrebbero desiderato, per tanto rimase un episodio isolato. Nel 2019, a distanza di trent’anni esatti dal secondo capitolo, si riprese in mano l’idea di creare un riavvio della serie, con lo stratagemma, probabilmente vincente, di ricollegarsi direttamente ai primi due capitoli in maniera filologica. In pratica un capitolo post-mortem (Afterlife), che funga come ponte tra il vecchio (gli antichi personaggi e i loro marchingegni) e il nuovo, da sviluppare in futuri capitoli.

E l’abile intuizione produttiva di Ghostbusters: Legacy (Ghostbusters: Afterlife, 2021) di Jason Reitman, presentato alla Festa del cinema di Roma 2021, è stata anche quelle di avere come regista proprio il figlio di Ivan Reitman. In poche parole una filologia al quadrato. Ma la presenza di Jason Reitman serve anche per dare un determinato marchio al nuovo corso, necessario a creare una fidelizzazione nella generazione odierna. Rispetto al padre, Jason si è distinto, soprattutto grazie al film manifesto Juno (2007), in commedie più riflessive, e il suo inserimento, anche in fase di scrittura della sceneggiatura realizzata assieme a Gil Kenan (il regista del pessimo remake di Poltergeist), attesta come questo terzo capitolo cerchi già di prendere delle distanze dal dittico Ghostbusters. Dopo un grandioso incipit, degno degli originali e molto Eighties, si affaccia prepotentemente la narrazione di Jason Reitman, con la descrizione di una famiglia (eredi di Egon Spengler), composta di madre single (ma piacente) con due figli a carico, catapultata nella profonda provincia americana. Il focus rapidamente si concentra sui due ragazzi: un ragazzo in fase puberale, che cerca di concupire una bella ragazza (di colore) e una bambina nerd dal carattere introspettivo, spiccicata nei modi al nonno. Dopo questi due differenti andamenti espositivi, Ghostbusters si ritrova a muoversi su questi due binari, portando avanti sia la storia di caccia ai fantasmi, con l’utilizzo delle fantasmagoriche apparecchiature del quartetto (zaini protonici, tute e la Ecto-1), e sia una narrazione che resti con i piedi per terra, con personaggi reali e non demenziali. E questo doppio percorso non si amalgama bene, poiché i nuovi giovani acchippafantasmi ricalcano il quartetto originale (senza possedere quell’appeal), e le manifestazioni malefiche sono una riproposizione, con delle piccole variazioni, già viste nei precedenti capitoli. Nemmeno la riapparizione dei redivivi tre acchiappafantami (più Jeanine e Dana Barrett, in fugaci apparizioni), riesce a dare qualche punto in più alla pellicola. Certo, l’improvvisa entrata in scena (attesa per tutto il film) del trio bardato con il vecchio equipaggio, e con l’usuale battuta pronta, fa luccicare l’occhio per una manciata di secondi, ma quello che poi prevale è il visibile invecchiamento degli attori e dialoghi che cercano di ricalcare le spiritosaggini degli originali, ma purtroppo suonano artefatti, come la scena dopo i titoli di coda, che dovrebbe essere l’ultima, e più deliziosa, concessione ai vecchi spettatori. L’unico omaggio cinefilo che funziona è la battuta «E chi chiamerai?», proprio perché improvvisa e non strettamente legata a una situazione precedente.

Roberto Baldassarre

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