Ghostbusters

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6.0 Awesome
  • voto 6

Gli ectoplasmi non ripetono

Si fa presto a dire Ghostbusters; per poi, magari, sperare di farla franca evitando confronti con l’originale…E invece è faccenda del tutto scontata, con l’insostenibile peso di un titolo del genere.
In principio dunque fu la Leggenda. Esageriamo con le iperboli? Forse sì, forse no. Sta di fatto che – nell’anno di gloria 1984, cioè in pieno edonismo reaganiano – esce un film capace di coniugare alla perfezione lo spirito satirico e ribaldo da Saturday Night Live alla vena fantasy più o meno spielberghiana che iniziava a furoreggiare nel periodo. Il Ghostbusters primigenio non è un film in senso tradizionale e compiuto: piuttosto si potrebbe considerare una sorta di jam session con sceneggiatori ed interpreti a fornire il meglio del loro repertorio, controllati a vista da un onestissimo artigiano rispondente al nome di Ivan Reitman su uno sfondo di effetti non troppo speciali da un punto di vista tecnico ma formidabili da quello della fantasia. Ovviamente Bill Murray nella parte del solista fuoriclasse, accerchiato da illustri comprimari ognuno perfettamente consapevole del proprio spazio. Se ne parla in termini di meraviglia pura ancora oggi, a distanza di ben trentadue anni. Non può essere né un caso e nemmeno merito della visione soggettiva di alcuni.
Il Ghostbusters  versione 2016, preventivamente accolto da diffidenze e critiche assortite ancora prima di entrare in lavorazione, nasce comunque da un’idea che avrebbe potuto essere “forte”: quella cioè di aggiornare l’epopea degli acchiappafantasmi in chiave femminile se non femminista, dimostrando una volta per tutte come possa essere possibile, ed anzi auspicabile, una parità totale anche nel far ridere con classe ed arguzia, in quel di Hollywood. Tutto bene, sulla carta. Il grosso problema, subito manifesto, è che il regista e sceneggiatore Paul Feig – affiancato da Katie Dippold (cioè una donna) in sede di scrittura – solitamente molto a suo agio nel trattare in passato con verve e spessore il composito universo femminile (l’ottimo Le amiche della sposa, 2011, tanto per citare un titolo…) getta il sasso ma ritrae immediatamente la mano. Cosa aggiungere d’altro quando in un lungometraggio dichiaratamente dalla parte dell’ex sesso debole è un personaggio maschile, il centralinista sui generis interpretato con brillante autoironia da Chris Hemsworth, ad avere tutti in numeri migliori? Come spiegare la performance estremamente sottotono della solitamente esuberante e scatenata Melissa McCarthy – già al lavoro con Feig in molteplici occasioni, con risultati assai migliori – per la quale tutti, alla vigilia, avremmo giurato su un ruolo trascinante capace di rinverdire i fasti di un John Belushi in gonnella? Del gruppo di cacciatrici ectoplasmatiche si salva appena la sboccata scienziata cui presta il volto la poco conosciuta – almeno a livello di grande pubblico – Kate McKinnon. Il resto è solo ordinaria amministrazione, con situazioni riprese a viva forza dall’originale nonché una serie di sketch che ogni cosa potevano fare tranne reggere il paragone con quelli dell’inimitabile pellicola del 1984. Persino gli effetti speciali, certamente dopo oltre trent’anni perfezionati oltre ogni dire, perdono di gran lunga il confronto in fatto di inventiva, limitandosi alla pura nostalgia quando fanno ricomparire sulla scena qualche birbante fantasmino presente nel primo film.
Così, purtroppo, le numerose strizzatine d’occhio ai fan della prima ora non ottengono lo scopo di rendere Ghostbusters migliore, ma anzi aumentano la consapevolezza di come certi prodotti possano essere figli solo di un determinato tempo e frutto di circostanze che nessuno si azzardi a definire fortuite. Tirando le somme il nuovo Ghostbusters finisce con l’assomigliare un po’ ai camei del cast facente parte dell’originale (e si rimane increduli nel non assistere ad una  nuova possessione demoniaca da parte di Sigourney Weaver, che pareva davvero servita su un piatto d’argento nei titoli di coda): simpatici ma superflui, tutt’altro che essenziali. Calzante metafora di un’operina decorosamente inutile, ampiamente meritevole di rimanere – in un mondo ideale – nel limbo dei progetti prima molto chiacchierati poi abortiti. Il che, per certi versi, potrebbe risultare una definizione anche peggiore di film brutto o comunque non riuscito.

Daniele De Angelis

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