Gentlemen

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7.0 Awesome
  • voto 7

“Da dove comincio?”

Dopo aver interessato e piacevolmente sorpreso pubblico e critica con il film d’esordio Call Girl, lo svedese Mikael Marcimain torna in concorso al Torino Film Festival con un altro, anomalo affresco storico, Gentlemen.
É particolarmente arduo tentare di classificare, riuscendo a essere, a un tempo, sintetici ed esaustivi, un film tanto ricco di suggestioni, tanto disinvolto nel cambio di registro, nel caos ragionato di intrecci interconnessi, da risultare estremamente sfuggente, eclettico, fascinosamente confusionario.
Quando il giovane e squattrinato scrittore Klas, si ritrova, quasi all’improvviso, a vivere nella lussuosa e antiquata casa dell’elegante e raffinato pianista jazz Henry, nella Stoccolma di fine anni Settanta, prende il via una dirompente e caotica vicenda che, ai toni classici da mystery, affianca la descrizione minuziosa di un’epoca, alla caratterizzazione profonda e sofferta dei personaggi, l’inchiesta giornalistica e l’intrigo politico. Con una struttura a scatole cinesi, storie nelle storie, ognuna, a suo modo, finestra su un mondo (o un genere) differente, tra poeti tornati dal manicomio, giochi di potere, insabbiamenti, concerti rock, droghe, jazz, società segrete, tesori nascosti, il film di Marcimain spiazza e avvince, sulla scia di un mistero fin troppo complesso, con le sue ambientazioni fin troppo curate, cattura lo spettatore, lo fa perdere, solo per poi riacchiapparlo, quasi fuori tempo massimo, negli ultimi, illuminanti, fotogrammi.
É un collage più che mai vintage quello che il regista svedese ricompone in una messa in scena dove dà il meglio di sé filmando (su pellicola) una realtà fortemente romanzata che ai salti temporali e di tono accompagna una complementare e consapevole inventività sul piano espressivo in un eclettico e divertito sfoggio di coscienza stilistica adattabile a tutte le più bizzarre, drammatiche, esaltanti (i concerti rock filmati nello stile documentaristico di Woodstock, le dinamiche all’interno del quadro che ricordano certi gialli anni Settanta, l’uso evocativo di inserti in bianco e nero) occorrenze.
Riprendendo i temi già presenti nel film di esordio Marcimain confeziona un’amara parabola sul potere unendola a un’inedita, rafforzata componente umana, esistenziale. Ecco allora che l’intreccio di Gentlemen, la sua struttura a matrioska, diviene funzionale a una costruzione sfaccettata dei vari personaggi, un’introspezione fatta di flashback, flashforward, aneddoti rivelatori, curiosità.
Gentlemen pare quasi una pellicola datata, un film contemporaneo all’epoca che rappresenta, con la sua immagine elegantemente sbiadita, la sua colonna sonora pervasiva, i suoi dialoghi intelligenti e complessi, intriso però di un gusto postmoderno per la commistione, per la complessità a tratti cervellotica che ne fanno un ibrido più che mai unico. Un prodotto godibile, esaltante e suggestivo ma che nell’eccessiva durata (due ore e mezza) e nel funambolico virtuosismo della narrazione può racchiudere immensi pregi come enormi difetti. Un sovraccarico visivo, informativo, emozionale, l’ostentazione di un “troppo” tanto affascinante quanto inevitabilmente caotico che non può lasciare, nel bene o nel male, indifferenti.

Mattia Caruso

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