Everything Will Be Ok

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8.0 Awesome
  • voto 8

Orwell docet

Ormai è praticamente di casa alla Berlinale, il celebre documentarista cambogiano Rithy Panh. E infatti, anche in occasione di questa 72° edizione del festival di Berlino, eccolo presentare in corsa per il tanto ambito Orso d’Oro la sua ultima fatica: Everything Will Be Ok. Un ipotetico futuro distopico – in cui vengono costantemente ripercorsi alcuni avvenimenti del passato – prende vita sul grande schermo e cattura la nostra attenzione fin dai primi minuti. Lo stile di Rithy Panh si fa immediatamente riconoscere e, nel presente caso, ci ricorda molto addirittura il bellissimo L’image manquante (2013). Ma andiamo per gradi.

Gli animali hanno avuto la meglio sugli uomini. Il mondo è ora popolato principalmente da cinghiali, scimmie e leoni. Un monolite di kubrickiana memoria spunta improvvisamente dalla sabbia e già dai primi fotogrammi ci preannuncia che una nuova era è appena iniziata. Sullo schermo pupazzi intagliati nel legno che rappresentano i suddetti animali fanno da protagonisti assoluti. Nel frattempo, una serie di split screen ci rimandano a immagini del passato, a storie di genocidi, a scene di guerra, ma anche a spezzoni di grandi classici della storia del cinema, tra cui L’uomo con la macchina da presa (Dziga Vertov, 1929), Metropolis (Fritz Lang, 1927) e Il sangue delle bestie (Georges Franju, 1948).
L’uomo, nel corso della sua esistenza, ha fatto davvero di tutto per distruggere i suoi simili e tutto ciò che si trovava intorno a lui. In Everything Will Be Ok, dunque, Rithy Panh ripercorre attraverso una voice over alcuni dei momenti più salienti del passato (tra cui, ovviamente, non possono mancare rimandi alla pandemia da Covid-19), per una serie di riflessioni dalla forma di flusso di coscienza che si sviluppano, all’interno del documentario, parallelamente alle immagini riguardanti i suddetti animali, riguardanti questo inevitabile, orwelliano futuro che ci siamo meritati.
Everything Will Be Ok può tranquillamente essere considerato una sorta di summa della filmografia di Rithy Panh. Un documentario raffinato, estremamente sentito e sincero, che di una rudimentale – ma ben studiata – animazione in stop motion fa la sua caratteristica più marcante. Almeno a una prima, sommaria considerazione. Un lavoro che abbraccia la storia recente dell’umanità per trovare – o, meglio ancora, immaginare – una possibile (inevitabile?) soluzione. Ma sarà davvero questa la soluzione giusta? Andrà davvero tutto bene, come il titolo vuole indicarci?
Come spesso ci ha indicato anche nei suoi precedenti documentari (e come, d’altronde, lo stesso George Orwell aveva a suo tempo previsto), la storia tende purtroppo a ripetersi. A meno che non vengano messi in atto dei cambiamenti davvero sostanziali per quanto riguarda l’idea stessa di una vita comunitaria. Rithy Panh non sembra avere molte speranze in merito. Questo suo importante, magnetico Everithyng Will Be Ok parla chiaro. E lo fa con uno stile inconfondibile con cui il regista, nel corso degli anni e malgrado i temi trattati, ci ha piacevolmente viziato.

Marina Pavido

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