Everest

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6.0 Awesome
  • voto 6

La vetta irraggiungibile

E’ difficile nasconderlo: la pellicola di apertura di questa edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia fatica non poco nel reggere il confronto con la proiezione della scorsa edizione, Birdman di A. G. Inàrritu (che quest’anno ha fatto incetta di statuette), e ancor più con quella di due anni fa, Gravity di A. Cuaròn (il 3D di Everest, a malapena percepibile, non riesce in alcun modo a competere con quello ben più efficace di Gravity).
Everest racconta di una spedizione che ha effettivamente avuto luogo nel maggio del 1996, e durante la quale 8 persone persero la vita a causa di una bufera di neve. Un argomento di questo tipo può essere sviluppato in più direzioni, ed è nel momento in cui si decide quale prediligere e a quale attenersi con più coerenza possibile che ne va della compiutezza e compattezza del film. Dalla visione di Everest si ricava infatti l’impressione di un film che vorrebbe imboccare più strade, imbastire più piani di lettura senza però essere in grado, a conti fatti, di fronteggiare quanto si era prefisso. Le premesse per la riuscita di un buon film d’azione non mancavano di certo: oltre alle vastissime possibilità offerte dalla trama, che con il suo decorso imprevedibile e incerto e le sue ambientazioni vertiginose fornisce materiale potenzialmente in grado di folgorare lo spettatore, un budget di oltre 65 milioni di dollari assicurava ad Everest di giganteggiare in quanto ad effetti speciali. Eppure in più punti il regista Baltasar Kormákur sposta il suo centro d’interesse dal campo dell’azione a quello dell’introspezione, lasciando ad intendere che, accanto al racconto epidermico di quanto successe quel maggio del 1996, convive la ferma intenzione di ricercare quali ragioni possano esser travolgenti al punto da spingere l’animo umano sul ciglio di un abisso. Significativa in questo senso è la domanda posta dal giornalista Jon Krakauer agli scalatori, e che riguarda il senso delle loro imprese. La risposta di Rob Hall (Jason Clarke), una delle linee guida più belle del film, è che sarebbe un peccato non farlo: la bellezza è stata creata perché qualcuno ne fruisca. Ma, per quanto lungo tutto il corso del film venga dedicata una certa attenzione alla vita interiore e privata dei personaggi, il tutto è svolto piuttosto grossolanamente e senza la dovuta esaustività: su otto personaggi principali sono solo due/tre quelli maggiormente approfonditi (il fondatore della società Adventure Consutants Rob Hall e Beck Weathers (Josh Brolin), dei quali vengono seguite le vicissitudini con le rispettive famiglie. Ma gli altri protagonisti, tra i quali Scott Fischer (Jake Gyllenhall), rimarranno per lo spettatore niente più che scalatori tra loro intercambiabili, difficili da figurarsi in ambienti non estremi: l’empatia che solitamente segue uno scavo introspettivo viene così disinnescata.
Inoltre le sequenze d’azione non sono tante quante lo spettatore si aspetterebbe di vedere, ed è anche per questo che la scelta del 3D appare piuttosto ingiustificata, forse più una trovata commerciale per incoraggiare la visione che una decisione davvero ragionata. In definitiva, ciò che rimane del film di Kormákur è un ibrido mal calibrato tra film d’azione e d’introspezione, con una scrittura inevitabilmente incerta e con pochi guizzi (merita qui una menzione l’osservazione che Anatoli Bonkreev (Inguar Eggert Sigurosson) condivide con Scott Fischer, secondo la quale la competizione non è tra tutti gli scalatori, ma tra ciascuno di loro e la montagna). Date simili manchevolezze, Everest non poteva che fallire tanto nel trasmettere adrenalina quanto nel suscitare commozione.

Ginevra Ghini

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