Bolgia totale

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5.0 Awesome
  • voto 5,5

Solo chiacchiere e distintivo

Partiamo una volta tanto dalle aspettative. La stessa idea di un noir atipico, dalle atmosfere che riecheggiassero in qualche misura quelle dei mai dimenticati “poliziotteschi” di una volta, ci aveva un po’ infervorati, in principio. Senza contare l’ulteriore elemento di simpatia rappresentato dalla matrice indipendente del film, a livello tanto produttivo che distributivo. Purtroppo, alla prova del nove, Bolgia totale dell’esordiente Matteo Scifoni si è rivelato meno accattivante e coinvolgente di quanto ci si attendeva.

Eppure i presupposti, almeno sulla carta, potevano funzionare. Già la sequenza iniziale, girata con una certa eleganza all’interno di un pub, porta lo spettatore a confrontarsi col primo protagonista del racconto: l’ispettore Quinto Crociani, poliziotto malandato e sul viale del tramonto, che annaspa tra storiacce di debiti, alcolismo spinto e una non facile situazione famigliare. A impersonarlo il grande Giorgio Colangeli. Un classico montaggio alternato ci porta invece a conoscere il potenziale antagonista del Crociani, tale Michele Loi, delinquentello borderline i cui poco convinti tentativi di ricrearsi una vita normale s’infrangono regolarmente in un temperamento così violento ed emotivamente instabile. L’interprete scelto per questo ruolo è Domenico Diele, messosi in luce con la discussa serie 1992.
La fuga di Loi durante l’arresto metterà in pericolo la già precaria posizione dello spento Crociani, costretto infine a ritirare fuori gli artigli in una caccia all’uomo che coinvolgerà anche, direttamente o per vie traverse, una variegata galleria di personaggi, le cui esistenze si sviluppano a latere delle vite alquanto sconclusionate dei due protagonisti.

Nel modo in cui si dipana il torbido plot ci sono, in realtà, spunti che non ci sono affatto dispiaciuti. In primis l’affetto dichiarato del regista nei confronti di personaggi marginali, sconfitti dalla vita. A ciò si possono aggiungere quelle piccole accelerazioni compiute nel segno di una violenza spropositata e grottesca, che hanno luogo soprattutto all’inizio e alla fine del film: esemplare, in tal senso, è il truce regolamento di conti tra Loi e la gang di uno spacciatore dell’est dagli atteggiamenti istrionicamente minacciosi, Felix, che Ivan Franek rende col consueto mestiere.
Delude parecchio, però, che tra i due estremi del racconto Bolgia totale debba languire a lungo in una persistente assenza di ritmo, in una verbosità eccessiva che, oltre ad andare a discapito dell’azione, tende a dissipare le tensioni psicologiche e non, invece di farle crescere. I dialoghi alquanto ripetitivi e stereotipati tra il commissario Crociani e il suo superiore Bonanza, a.k.a. Gianmarco Tognazzi, quasi mai incidono come dovrebbero. E se Giorgio Colangeli riesce comunque a conferire un po’ di spessore e umanità al proprio personaggio, lo stesso non si può dire del co-protagonista Domenico Diele, presenza molto più incolore: l’ambigua figura di Michele Loi, in perenne oscillazione tra slanci di generosità (vedi l’interesse di natura amorosa per Zoe, spogliarellista albanese muta che il giovane vorrebbe sostenere e proteggere) e gesta decisamente più feroci, spietate, brutali, avrebbe necessitato di sbalzi d’umore e sfaccettature psicologiche che non emergono certo dal volto dell’attore, parso acerbo e poco adatto a rappresentare simili circostanze. Ciò limita ancora di più l’appeal emotivo di un lungometraggio che, liquidati i momenti più interessanti, vitali, pare avviarsi piuttosto stancamente alla conclusione.

Stefano Coccia

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