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Elisa

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Elisa
VOTO: 8.5

Il diritto di non essere inchiodato

Scrivendo in merito ad Ariaferma, il precedente lavoro di Leonardo Di Costanzo, abbiamo ricordato come per molti avrebbe dovuto meritare di essere in una sezione competitiva a Venezia78. Elisa, il suo ultimo lungometraggio, è tra i cinque titoli italiani presentati nel Concorso Ufficiale della 82esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Si sente il respiro, una donna sta camminando in un sentiero circondata dagli alberi che si stagliano attorno (fotografia curata da Luca Bigazzi). Porta un giubbotto e dei pantaloni rossi così come tutte le altre donne in questo centro penitenziario riabilitativo dove il criminologo Alaoui (Roschdy Zem) tiene degli incontri pubblici, per poi proseguire con colloqui privati. In aula mostra una foto scattata nel 1930 dal fotografo Lawrence Beitler. L’inquadratura ce la mostra in parte all’inizio, soffermandosi prima sulla gente: c’è chi guarda con aria soddisfatta, chi verso l’obiettivo della macchina fotografica, una coppia che si tiene per mano. E ancor più quest’ultimo gesto stride scoprendo che ci sono due afroamericani impiccati a un albero. «Le persone credono che sia stata fatta giustizia», afferma lo specialista durante l’analisi di quello scatto che immortala una scena molto significativa, da cui scaturiscono punti di domanda attuali più che mai e che si connettono con il film di Di Costanzo rispetto alla reazione ‘comune’ di fronte al dolore altrui che viene spettacolarizzato o quantomeno messo in mostra proprio come in quella foto degli Anni ’30. Elisa va oltre proprio per i meandri che ci fa attraversare.
«La responsabilità del colpevole va cercata nella sua umanità». Non sappiamo se sia stata questa la frase che ha posto interrogativi ad Elisa (Barbara Ronchi); quello che sembra certo è che la donna abbia deciso di aderire alla sua ricerca e rapportarsi, pur avendo delle amnesie rispetto a ciò che ha compiuto (o almeno così è sempre stato detto). Elisa ha ucciso sua sorella e ne ha bruciato il corpo: questo è un fatto di fronte al quale viene messa, non solo perché sta scontando la pena. È il dirlo in questo a tu per tu con lo specialista, in alcuni momenti, durante le notti insonni, con un quaderno. Le parole sgorgano, ora a voce ora sulla pagina scritta, si interrompono, possono rimanere strozzate in gola, ma nella testa e dentro di sé lavorano. Tutto il lavoro comunicativo col corpo, nella postura e con gli sguardi (indimenticabile il primissimo piano catturato dalla macchina da presa) messo in atto da Barbara Ronchi è da pelle d’oca perché lo porta sullo schermo una naturalezza che tocca nel profondo. Non si riesce a immaginare un’altra interprete nel conferire le tante sfumature di sguardi – dagli occhi persi nel vuoto a quelli impauriti dai ricordi, passando per il guardarsi allo specchio e l’imperscrutabilità – e i segni sul volto. Le paure di questa donna, dal senso di fallimento all’essersi «liberamente obbligata» a fare ciò che gli altri avrebbero voluto facesse (a partire dal padre con l’azienda di famiglia), le sentiamo vicine e con ciò non si vuole far finta che non esista il reato che ha commesso. Non c’è assoluzione né nella sceneggiatura (Di Costanzo vi ha lavorato con Bruno Oliviero e Valia Santella) né nell’asciutta ed umana messa in scena della vicenda di una donna come tante che, innegabilmente, ha oltrepassato la soglia. «L’idea del film è nata durante la scrittura e la realizzazione di Ariaferma e, in un certo senso, ne rappresenta una continuità. Se Ariaferma era un film sulle relazioni in carcere, lasciando fuori campo i crimini commessi dai detenuti, Elisa è invece la storia di un percorso interiore, quello di una donna che ha compiuto un atto di estrema violenza», ha scritto nelle note il regista de L’intrusa, continuando «Il film si ispira agli studi dei criminologi Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali, che da anni conducono ricerche sull’agire violento e sugli autori di crimini efferati, compresi quelli, come nel nostro caso, non derivanti da marginalità sociali, né patologie psichiatriche. Crimini che colpiscono profondamente l’immaginario collettivo proprio perché commessi da persone apparentemente insospettabili: una tranquilla coppia, una persona dai modi garbati, una vicina di casa qualunque. Elisa è un personaggio di cui percepiamo la sofferenza, ma anche la freddezza e la capacità avuta nel manipolare le persone a lei vicine. Seguendo la sua vicenda, oscilliamo tra la comprensione del suo percorso interiore e il rifiuto profondo verso chi è stato capace di compiere un atto tanto estremo».
Elisa è ben recitato in francese (salvo alcuni dialoghi, ad esempio, tra la protagonista e il padre, nei suoi panni Diego Ribon) e questo conferisce non solo più ampio respiro alla storia, ma pone l’accento anche sulla lingua, sull’effetto che può avere su noi spettatori e su come possa essere uno strumento (non è un caso che scelga sin dal primo incontro di esprimersi in francese e non in italiano con Alaoui, col criminologo che le ha lasciato la possibilità di scegliere).
Di Costanzo, forte della costruzione narrativa e del solido cast, ci porta in questo viaggio; allo stesso tempo mostra anche quali domande si pone chi ha subito la violenza (senza anticipare troppo, vedi il ruolo di Laura-Valeria Golino e della guardia-Giorgio Montanini).
Si ha il diritto di non essere inchiodati al reato per cui si è stati condannati?

Nota informativa: il film, in sala dal 5 settembre, viene distribuito sia in versione doppiata (italiano) che nella versione originale (francese e italiano) con sottotitoli.

Maria Lucia Tangorra

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