Home Festival Venezia Anoche Conquisté Tebas

Anoche Conquisté Tebas

357
0
VOTO: 8

(Più di) una giornata particolare alle terme

In certi momenti si ha quasi l’impressione che la “location” si mangi il film. Ed è un paradosso, se si considera che Anoche Conquisté Tebas di Gabriel Azorín è qualcosa di totalmente spiazzante, anomalo, conturbante, innovativo sia nelle scelte formali che per la natura di un racconto sfuggente, per certi versi inclassificabile, all’interno del quale lo spazio-tempo si piega più volte così da far passare tensioni estremamente contemporanee tra le rovine e le memorie di fasti passati.
Non è quindi errato partire proprio dai luoghi. In precedenza tutto ciò ci era ignoto, ma non lontano dal confine tra Spagna e Portogallo, in Galizia, importanti complessi termali sono sempre esistiti e pare che si concentrino soprattutto nella provincia di Ourense. Vi sono stabilimenti moderni molto amati dai visitatori, di cui As Burgas e altri percorsi termali lungo il fiume Miño sono valido esempio, come pure affascinanti resti di storiche terme romane. Più in particolare è un antico bagno termale romano, situato in una zona remota e riemerso a tratti dalle acque di un bacino idrico, ciò che fa da sfondo con le paludi circostanti all’enigmatica opera del giovane cineasta iberico, selezionata per le Giornate degli Autori all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.

L’incipit del film crea già un certo straniamento. Si segue infatti perlopiù in campo lungo il peregrinare in quei luoghi isolati di un gruppo di studenti diretti proprio alle terme, giovani uomini le cui chiacchierate interminabili effettuate lungo il cammino sembrerebbero far riferimento a una loro diretta partecipazione a guerre antichissime, sebbene si affacci da subito il sospetto che quanto da loro dettagliatamente descritto appartenga, invero, a qualche mondo virtuale, nella fattispecie uno di quei giochi diffusi a livello internazionale cui si può accedere in rete.
La voluta contaminazione di fantasie e resoconti reali è destinata a stratificarsi ulteriormente, allorché lo spavaldo gruppetto si fonde con altri turisti e tutti insieme possono così beneficiare di una rilassante sosta presso le acque termali. Il tempo sembra dilatarsi sempre più. Alle ore diurne subentra il crepuscolo. Cala a un certo punto la notte. E mentre un canto solitario sembra stregare coloro che hanno resistito in acqua fino a notte fonda, quell’unità di tempo aristotelica formalmente rispettata propizia in realtà un clima di mistero, di magica sospensione, per quanto il lungo protrarsi di scene e dialoghi non smentisca mai l’impronta minimalista della narrazione.

Le interazioni tra i ragazzi pedinati all’inizio si fanno sempre più interessanti, man mano che il plotoncino si assottiglia e a gruppetti di due o di tre riprende, sempre stando a mollo, un così fitto scambio di confidenze. Ma quasi impercettibilmente lo sfasamento temporale comincia a manifestarsi: alcuni degli interpreti già visti in scena e altri subentrati in corso d’opera a tratti non sfoggiano più, negli ultimi piani-sequenza, un look moderno, ma recandosi alle vasche in tunica e calzari, alludendo nei loro discorsi a un vicino accampamento romano e spostando a volte il discorso sulle campagne belliche cui sono destinati assieme ad altri legionari, lasciano intendere allo spettatore che senza soluzione di continuità il focus narrativo sia slittato almeno in parte verso un altro millennio. Ricca di fascino è questa rielaborazione “localistica” e quasi metafisica del tema del Doppio, da cui deriva una continua duplicazione, clonazione, proliferazione di storie e di personaggi, che viene condotta tra presente e passato, tra vita reale ed esistenze immaginarie, non soltanto per mero esercizio di stile ma anche, evidentemente, per amplificare a dismisura il particolare magnetismo dei luoghi, tale da cristallizzare nell’arco di poche scene addirittura l’inesorabile passaggio dei secoli.

Stefano Coccia

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

1 × 3 =