Nemico cercasi
Monsieur Lapalisse direbbe che un film senz’altro sgradevole potrebbe non essere necessariamente brutto. Al limite poco calibrato ma tutt’altro che superfluo o inutile. Senza esitazioni di sorta possiamo scrivere che Eddington di Ari Aster – presentato in concorso a Cannes 2025 tra mille riserve ed ora approdato alla Festa del Cinema di Roma 2025 appena prima dell’approdo nelle sale – ha realizzato la sua opera più accorata, un richiamo sugli Stati Uniti ambientato sì nel 2020 in pieno momento covid e tuttavia perfettamente estensibile alla totale contemporaneità. Tutto ciò per rendere ben chiaro (forse troppo) come il paese delle mille opportunità, la terra del latte e del miele sia invece il suo opposto inimmaginabile.
New Mexico, luogo del titolo. Località assai poco amena. Si fronteggiano, per futilissimi motivi, Joe Cross – sceriffo della cittadina ed unico personaggio del film privo di mascherina – e Ted Garcia, il sindaco ligio alle regole ma non privo di difetti. Semplice fare l’equazione: suprematista trumpiano il primo, liberal di oggi il secondo, con tutti gli annessi e connessi. Inizia una faida personale, che ovviamente non porterà a nulla di buono. Pochi cenni della trama per arrivare immediatamente al punto: gli Stati Uniti, secondo Aster, hanno un bisogno disperato di essere in conflitto con qualcuno o qualcosa. Magari una semplice ideologia. Fuori o dentro la nazione. I numerosi manifestanti inneggiano al popolare Black Lives Matter, slogan nato dopo la brutale morte dell’afroamericano George Floyd causa fermo di polizia? Bene, allora vanno puniti in quanto terroristi o futuribili tali. E anche da quella parte, comprensione ai minimi termini verso chi dovrebbe occuparsi di mantenere l’ordine pubblico. Tutto chiaro, insomma: quello descritto dalla regia di Ari Aster è il caos in tutta la sua incomprensibile purezza. E tanto per essere sicuro, l’autore dello splendido Midsommar ci piazza pure un discorso (marginale ma non poi troppo) sull’immigrazione, situazioni famigliari piuttosto critiche nonché persone abbastanza fuori equilibrio da compiere atti decisamente sopra le righe. Tutto in due ore e mezza circa di durata, incapace di sfrondare un superfluo che, al contrario, è ben visibile. A dire il vero lo comprendiamo e lo assolviamo; perché chiaramente Eddington, nelle intenzioni, è il film della carriera, l’Apocalypse Now, assai meno costoso ovviamente ma concettualmente ci siamo, dell’ancor giovane Aster, appena trentanovenne.
Di certo l’ultima cosa che auspicheremmo è che Ari Aster possa imboccare il medesimo sentiero di Richard Kelly. Sugli scudi con il cult Donnie Darko (2001) quindi crocifisso nella piazza virtuale di Hollywood per il successivo Southland Tales (2006), a ben guardare operazione artistica non troppo dissimile da questo Eddington. Del quale l’inquietante, angosciante e ottimamente girato epilogo, ci ricorda una volta di più che in contesti del genere la prima vittima, oltre agli esseri umani, è sempre il concetto di verità. Con la moltiplicazione dei media (vedere social e affini) in cui ogni cosa affermata è immediatamente contraddetta, anche con teorie piuttosto ardite. Facendo sì che tutto evapori, anche gli eventi maggiormente tragici, ad una velocità che impedisce un qualsiasi abbozzo di riflessione. E tutto ciò Ari Aster, in questa sua ultima fatica, dimostra di averlo capito benissimo.
La speranza è che la A24, di cui Aster appare tutt’ora quale regista di riferimento, continui ad allargare i cordoni della borsa e finanziare comunque opere magari imperfette ma sempre molto significative, anche per merito della assoluta dedizione di attori ormai da considerare feticcio quali Joaquin Phoenix.
Daniele De Angelis









