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Rental Family – Nelle Vite degli Altri

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VOTO: 8

Lost in Performance

Già passato con successo alla Festa del Cinema di Roma 2025, approda ora nelle sale Rental Family – Nelle Vite degli Altri, film che ancora una volta ci porta alla scoperta del Giappone attraverso il filtro di uno sguardo occidentale, nella fattispecie quello dell’attore americano Phillip Vandarploeug: impersonato da un Brendan Fraser abituato ultimamente (vedi soprattutto The Whale) a “giganteggiare” nei ruoli che gli vengono proposti, e non solo per la presenza fisica, Phillip vive da anni in Giappone senza probabilmente esser riuscito a comprenderne fino in fondo l’essenza.
Se ne era infatuato all’arrivo, dopo aver interpretato lo spot di un dentifricio che aveva avuto enorme successo, tanto da convincerlo a restare. Sembrerebbe però che poi non sia mai riuscito a integrarsi realmente, né sul piano degli affetti né su quello strettamente professionale, considerando che da quel momento si è ritrovato ad accettare quasi più parti da “animatore” che da vero attore televisivo e cinematografico.

All’improvviso la svolta. In Giappone vi sono davvero agenzie, come la “Rental Family” del titolo, che forniscono attori o semplici “caratteristi” per impersonare su richiesta familiari, amici o addirittura fidanzati e sposi, per ricorrenze particolari come anche per situazioni quotidiane emotivamente difficili da affrontare. Sebbene l’idea inizialmente al protagonista non piaccia, sembrandogli degradante sia per il mestiere di attore che per l’equilibrio psichico dei clienti, più avanti Philip intuendone l’utilità sociale finirà per diventare il “gaijin di rappresentanza” (ossia lo straniero) della singolare azienda. Collezionando così esperienze formative, stimolanti, appassionanti anche a livello umano, come pure potenziali traumi non sempre facili da gestire.
Ribadito qui a gran voce che la stralunata performance di Brendan Fraser è di una sensibilità rara, detto anche che il cast nipponico (in cui a brillare sono la Mari Yamamoto di Pachinko – La moglie coreana e Monarch: Legacy of Monsters, il Takehiro Hira di Shōgun e l’iconico Akira Emoto già visto ad esempio in Shin Godzilla) regala ugualmente siparietti gustosi e di notevole pregnanza emotiva, questa malinconica e a tratti surreale commedia ha anche la regia di Hikari, tra i suoi punti di forza. Hikari, per inciso, è lo pseudonimo di Mitsuyo Miyazaki, cineasta e e fotografa originaria di Osaka che ha già all’attivo successi come il lungometraggio 37 Seconds o come gli episodi da lei diretti della serie Tokyo Vice.

Oscillando tra momenti ultra-pop come lo spot del dentifricio e fasi del racconto decisamente più delicate, intimiste, Rental Family s’insinua con grazia in quell’ampio e variegato comparto della filmografia internazionale che nel (più o meno) recente passato ha posto in evidenza la relazione a dir poco complessa tra popolo giapponese e costumi occidentali; un viaggio, questo, dalle molteplici direttive, tra le cui tappe potremmo tranquillamente inserire Black Rain – Pioggia sporca, il crudo poliziesco diretto nel 1989 da Ridley Scott, come pure il recentissimo Ritrovarsi a Tokyo, senza tacere ovviamente di Lost in Translation – L’amore tradotto della Coppola, forse il più vicino “in spirito” al film di Hikari, vista anche la compresenza di elementi meta-cinematografici.
Sta di fatto che con arguzia Rental Family crea interessanti cortocircuiti intorno a un’abitudine, smaccatamente nipponica, ivi rappresentata in chiaroscuro, dato che l’atto stesso di creare “surrogati” di partner,  amici e parenti da un lato rimanda a certi formalismi e atteggiamenti feticistici, fin troppo presenti in tale assetto sociale, svolgendo però al contempo una funzione catartica, in ciò sana, che nei confronti più armonici tra i protagonisti lascia persino trapelare l’impronta delle cosiddette “costellazioni familiari”.

Stefano Coccia

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