Il senso di Baz Luhrmann per “the Pelvis”
Certo, Baz Luhrmann non è stato l’unico cineasta in questi anni ad avvertire l’irripetibilità di Elvis Presley, della sua parabola artistica, della sua umanità fuori dagli schemi. Ricordiamo ad esempio con favore Elvis_&_Nixon (2016) di Liza Johnson, storia di un incontro per alcuni “ai confini della realtà” ma invero sintomatico delle più singolari derive dell’ ”American Way of Life”. Al tempo stesso, però, chiamando Austin Butler a impersonare “The Pelvis” e un magistrale Tom Hanks a interpretare la figura per certi versi complementare del Colonnello Tom Parker, suo storico manager, è stato proprio il regista australiano colui che con Elvis (2022) ha saputo scrivere sullo schermo la pagina finora più significativa di questo articolato racconto.
In uscita nelle sale, a partire dal 5 marzo 2026, ma con un’anteprima esclusiva in IMAX dal 18 febbraio, vi è ora EPIC: Elvis Presley in Concert, documentario musicale (cui ben si addice, peraltro, la formula “rockumentary”) al quale Baz Luhrmann ha cominciato a pensare già mentre preparava il suo Elvis. Fondamentale infatti è stato setacciare a lungo archivi come quelli legati ai documentari Elvis: That’s the Way It Is (1970) e Elvis on Tour (1972), lì l’autore ha scoperto l’esistenza di svariate bobine di concerti prima considerate perdute. Tali immagini, girate durante gli spettacoli tenuti a Las Vegas, rappresentano un Presley al top, trovandosi l’artista al culmine della propria celebrità internazionale e con una potenza vocale invidiabile, sebbene come uomo fosse sotto pressioni incredibili da parte dei fan e della stampa.
All’autore del film, comunque, sembrano interessare parimenti la musica, l’uomo e il Mito. La strategia con cui si cerca poi di attuare tutto questo coincide, in gran parte, con la forma, con quella ricerca estetica che ci appare già condensata nell’acronimo EPIC, presente nel titolo quasi fosse un biglietto da visita: sin dalle primissime inquadrature i cromatismi accesi, le grafiche luccicanti e il montaggio tambureggiante ci indicano pertanto la via che Baz Luhrmann intende seguire, ovvero una cornice ultra-pop in cui il fenomeno Elvis Presley brilla di continuo quale frammento insostituibile dell’immaginario collettivo.
Epicità, quindi, ma con margini non disprezzabili per la riflessione, per considerazioni più intime, affidate via via a frammenti di interviste, agli sporadici interventi della voice over, allo stesso accostamento dei materiali.
Vita privata e memorabili esibizioni sul palco si intrecciano così in modo indissolubile sullo schermo. Tratto stilisticamente assai interessante, si ha come l’impressione che in certi momenti l’autore abbia metabolizzato, restituendone il succo in un prodotto più commerciale, l’essenza di certi film di montaggio dall’impronta maggiormente sperimentale, come ad esempio Final Cut: Ladies and Gentlemen (Hölgyeim és uraim, 2012) del geniale cineasta magiaro György Pálfi. Tale è la sensazione allorché in montaggio vengono recuperati alcuni spezzoni della lunga carriera cinematografica del cantante: con una certa ironia scorgiamo così, in rapida successione, alcune delle tante scene realizzante col classico “trasparente” caro alla Hollywood di una volta, per cui lui compare nell’abitacolo di una macchina ripreso con atteggiamenti ed espressioni facciali spesso impagabili. Poiché i personaggi delle pellicole da lui interpretate, le tante canzoni indimenticabili e i molteplici riflessi di una biografia a dir poco straordinaria sono tutti tasselli di un puzzle, che Baz Luhrmann è in grado di confezionare come pochi altri, oggigiorno.
Stefano Coccia









