Dad

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7.0 Awesome
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Lo famo strano

Strano. Weird. Morboso. Bizzarro. Malato. Si potrebbe definire in tanti modi Dad, cortometraggio da noi visionato al 39° Fantafestival mercoledì 12 giugno, nel corso di un’intensa sezione pomeridiana. E sarebbero tutti complimenti, in ogni caso, trattandosi di un lavoro che grazie al soggetto di sicuro inquietante e a una costruzione fortemente ansiogena si segnala in positivo, rispetto alla media: difatti ci capita fin troppe volte di vedere alle rassegne di genere cortometraggi italiani dozzinali nella forma e narrativamente prevedibili, sciatti, mediocri. Per fortuna Diego Carli, film-maker di comprovata esperienza, non è caduto affatto nella trappola del banale, sfornando invece un incubo formalmente compiuto e dalle molteplici, crudeli implicazioni.

Con quella cantilenante voce in inglese che detta i ritmi da uno schermo televisivo, quasi in modalità carillon, il quadretto domestico presentato in Dad è a dir poco angosciante: la giovane protagonista, look ribelle, è costretta nella desolazione generale a spicciare tutte le faccende di casa; dal divano il padre assiste ogni sera, catatonico, a una cupa e grottesca serie animata imbastita su ammazzamenti vari e osceni riferimenti cristologici; quando poi la ragazza è costretta a uscire di casa per buttare la spazzatura, succede regolarmente che da lontano si palesi una sinistra, minacciosa figura, destinata però ad avvicinarsi ogni giorno di più alla loro casa.
La natura disturbante di Dad risiede anche nell’accorta suddivisione degli spazi interni ed esterni, riportati qui a una progressione narrativa che trasforma una scialba ritualità domestica, tramite il sincopato e serratissimo montaggio, nel presupposto di un onirismo tenebroso, violento. Uno sporadico uso di inquadrature grandangolari riesce assieme al classico alternarsi di zone illuminate e altre in ombra, gravi le conseguenze di ciò nella percezione sempre più allarmata della ragazza, ad accentuare strada facendo il senso di pericolo. E l’allucinazione perversa che prende forma man mano sullo schermo si colora così, nell’agghiacciante finale, di conturbanti suggestioni edipiche.

Stefano Coccia

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