Da 5 Bloods – Come fratelli

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Una guerra mai conclusasi

My conscience won’t let me go shoot my brother, or some darker people, or some poor hungry people in the mud for big powerful America. And shoot them for what? They never called me nigger“. Si apre con le parole di Muhammad Ali Da 5 Bloods, l’ultimo joint di Spike Lee, prodotto da Netflix e distribuito in piattaforma a partire dal 12 giugno. Un film pieno zeppo di spunti, di tematiche a volte solo abbozzate, un film coerente con la carriera del regista afroamericano. Ma soprattutto un film che esce in una fase caldissima e violenta della storia degli USA, con le proteste e le rivolte collegate al movimento Black Lives Matter che impazzano per le strade e nelle piazze di tutte le città a seguito del brutale omicidio a sfondo razzista di George Floyd da parte di un poliziotto a Minneapolis.
La storia che viene raccontata in Da 5 Bloods – Come fratelli è una storia che si muove tra due differenti piani temporali. Inizialmente c’è la nostra epoca, in cui i veterani afroamericani del Vietnam Otis, Melvin, Eddie e Paul decidono di fare ritorno nei luoghi dove hanno combattuto allo scopo di recuperare una cassa d’oro abbandonata nella giungla vietnamita e riportare a casa i resti del loro comandante, “Stormin’” Norman, caduto sul campo di battaglia. Piano piano, però, cominciano a riemergere i ricordi e i fantasmi del passato, prima sfumati, poi sempre più vividi nella mente dei quattro e in quella di Paul soprattutto. Anche l’immagine risente di questo viaggio nella memoria e attraverso la memoria, non rimane indifferente davanti ad esso, ma anzi si trasforma. Lee, infatti, adopera due formati diversi per illustrare il presente e il passato, vale a dire rispettivamente il 2,39: 1 e il 4: 3.
Alla base della vicenda narrata in Da 5 Bloods, in ogni caso, vi è più del mero scarto temporale. Vi è anche lo scarto tra il Vietnam di ieri, quello della guerra, degli spari e dei morti, e il Vietnam di oggi, quella terra oramai globalizzata in cui le luci delle insegne dei McDonald’s si contedono i clienti con quelle del Burger King o del KFC. Ma vi è soprattutto lo scarto tra la narrazione cinematografica passata del Vietnam e quella estremamente contemporanea che si propone Spike Lee. Da 5 Bloods vuole essere prima di tutto un racconto di quell’esperienza da un punto di vista ben specifico, ossia quello dei soldati afroamericani che vi presero parte, di quel 32% delle truppe statunitensi impegnate nel conflitto che ebbe ed ha poca voce a proposito. Ecco perché quello sfondo a tema Apocalypse Now della discoteca vietnamita in cui ballano a inizio film i quattro protagonisti si configura come termine comparativo per lo spettatore, non tanto per il valore della pellicola quanto per un discorso legato alla prospettiva dalla quale si guarda all’evento storico. “We build this bitch” afferma “Stormin’” Norman, riferendosi niente di meno che alla nazione degli Stati Uniti d’America. We build this bitch e adesso è tempo di raccontarla a modo nostro.
Spostandosi a piacimento tra passato e presente, Da 5 Bloods finisce inevitabilmente per racchiudere in sé spunti di riflessione sulle tematiche e sulle situazioni più disparate. Emblematica la figura di Paul, resa potente dall’interpretazione di un ispirato Delroy Lindo, figura che porta sullo schermo contraddizioni difficilmente sanabili e ferite impossibili da ricucire o quasi. Un passato da elettore (nero) di Trump, ma soprattutto la macchia di una colpa che non riesce ancora a venire via, una macchia legata al conflitto asiatico che emergerà solo verso la conclusione del film.
Il problema principale di Da 5 Bloods non è certo individuabile nella performance del suo cast, in cui ritornano molti volti visti anche in BlacKkKlansman, e probabilmente nemmeno nella quantità di temi che il regista vuole trattare, tra i quali figura anche la condizione dei vietnamiti durante la guerra e oggi, vittime in una realtà in cui anche gli afroamericani, che nel loro paese vivono spesso in una situazione subalterna rispetto ai bianchi, sono diventati aguzzini. Il problema è che la forza espressiva del cinema di Spike Lee sembra essersi smarrita negli anni. Gli argomenti e il desiderio di dare vita a opere e lavori carichi di desiderio di rivalsa e d’emancipazione dalle mefistofeliche pratiche e logiche della Storia passata degli Stati Uniti sono sempre presenti, ma quella che sembra mancare è la carica eversiva anche formale cui il suo cinema ci ha abituato fin dagli albori. Vi è probabilmente un solo momento in Da 5 Bloods in cui si respira un afflato degno dei migliori lavori del regista nativo di Atlanta, ossia quello in cui i cinque amici (fratelli, bloods, come sono soliti chiamarsi) sono raggiunti dalla notizia dell’assassinio di Martin Luther King, rappresentato in uno dei numerosi flashback relativi alla guerra del Vietnam. La voce della radio che annuncia la morte di King spezza lo schermo in cinque frammenti come un proiettile. Cinque frammenti per cinque volti addolorati e smarriti.
Come nel precedente BlacKkKlansman, Lee conferisce alla propria narrazione un taglio didascalico a volte poco accattivante e prolisso, individuabile anche nel raffigurare il villain di turno (uno spietato e nazionalista Jean Reno) bianco e con in testa il cappellino Make America Great Again nel momento dello scontro finale. Scontro finale in cui la voce di Otis che ripete “Madness Madness!” è evidentemente parafrasi e richiamo dell’orrore coppoliano interpretato da Marlon Brando.
Restano, in ogni caso, il coraggio, la forza e l’urgenza della storia (o meglio delle storie raccontate), il sentimento di una guerra mai realmente conclusasi e il ricollegarsi alla contemporaneità delle lotte sociali del movimento BLM. Perché Be safe, oggi come ieri, resta l’augurio più prezioso che si possa fare.

Marco Michielis

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