Caccia all’uomo
Come molti altri colleghi anche Pierdomenico Minafra ha deciso di alternare al suo percorso di attore, che lo ha visto prendere parte a film come Palazzina Laf e Percoco – Il primo mostro d’Italia, quello dietro la macchina da presa. Per farlo si è confrontato ad oggi solamente con il formato breve, dirigendo due shorts, il secondo dei quali dal titolo Comando io ha già riscosso numerosi consensi e riconoscimenti nel circuito festivaliero sin dalla sua prima apparizione al Bif&st 2026, dove si è aggiudicato il premio per il miglior cortometraggio. Nel frattempo l’opera ha continuato il suo cammino arrivando a fare tappa nella prestigiosa competizione nazionale della 44esima edizione del Sulmona International Film Festival. Ed è proprio lì che l’abbiamo intercettata.
Minafra, che traspone lo script di Leonardo Piccinni, ambienta la vicenda nella sua città natale, ossia Bari, per la precisione nel quartier generale di una piccola gang situato nella periferia. Fuori dal covo della spietata banda di adolescenti dedita alla droga e alla criminalità viene rinvenuta una scritta omofoba. Una sola parola che però innesca la rabbia dei componenti. A quel punto Il capobranco Sebastiano e il suo braccio destro Christian riuniscono il gruppo per scoprire il responsabile e capire se ci sia davvero un membro omosessuale tra loro.
Quello che va in scena in Comando io è il conflitto tra le rigorose etichette e costumi della vita delinquente e la volontà di una personale libertà sentimentale, due mondi che appaiono agli antipodi e impossibilitati all’incontro. Il corto diventa un’occasione per parlare di identità di genere e omosessualità che in contesti di bassa scolarizzazione, come quello di una baby gang, vengono percepite come debolezze e deviazioni dalla virilità canonica. Ecco allora che si allarga lo spettro tematico per riflettere anche sulla mascolinità tossica dei ragazzi e della visione distorta in una società che fa ancora molta difficoltà a riconoscere che anche l’uomo può e ha momenti di fragilità da non tenere nascosti. Ne scaturisce un faccia a faccia che porta alla luce tensioni, ma anche un’inaspettata debolezza.
Salvo un breve incipit in esterno, l’intero plot e le sue dinamiche si sviluppano all’interno di un capannone, il ché attribuisce all’opera delle coordinate ben precise che fanno riferimento alla regola principale d’ingaggio non scritta del kammerspiel, vale a dire l’unità spazio-temporale. Questa fa da cornice topografica e cronometrica al racconto, con il conflitto di turno che si sviluppa dunque nel qui ed ora di un’area circoscritta, in un arco di tempo ristretto. Restando nell’ambito della produzione breve la mente non può non andare a Fino alla fine di Giovanni Dota, anch’esso girato prevalentemente in interni con una dinamica narrativa (anche lì una caccia all’uomo) pressoché identica riconducibile al mondo della criminalità organizzata, ma con un tono e un registro di ben altra natura che nel corto in questione è comico. Ecco perché forse per quanto concerne il tono serio adottato in Comando io bisognerebbe andare a scomodare il salotto del sindaco di eduardiana memoria che diventa il crocevia nel quale si consuma un vero e proprio giro di vite. Minafra deve fare di necessità virtù e con il contributo del direttore della fotografia Giovanni Cinquepalmi trasforma il capannone in una specie di “ring” dove i personaggi di turno si fronteggiano fisicamente e verbalmente, con tanto di ribaltamenti di fronte e di posizioni dominanti. Come è stato a suo tempo per la trasposizione cinematografica di Mario Martone di una delle più celebri pièce teatrali di De Filippo, ossia Il Sindaco del rione Sanità, anche il regista pugliese lavora su luce e movimento, oltre che sul ritmo e la tensione corporea e orale, per sottrarre l’opera filmica a un impianto di natura teatrale. In questo molto importante è il contributo del cast, formato da interpreti tutti esordienti che recitando in dialetto barese risultano credibili ed efficaci nel delineare i conflitti irrisolti all’interno di un gruppo. Lo stesso che era accaduto, con i giovani protagonisti e il dialetto napoletano, nell’adattamento cinematografico de La paranza dei bambini firmata da Claudio Giovannesi.
Francesco Del Grosso









