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Il nemico

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VOTO: 8

Il gioco della guerra

«Ho pensato a quanto spesso, da bambini, mettessimo in scena battaglie con gli amici e a come, nonostante il contesto giocoso, il desiderio di vincere finisse talvolta per mettere a rischio la sicurezza di qualcuno». Sono le parole di Andrej Chinappi a definire in maniera chiara quelli che sono stati i punti di innesco e le coordinate seguite sul piano narrativo, drammaturgico e tematico, da lui ottimamente elaborati da prima in fase di scrittura (a quattro mani con la co-sceneggiatrice Carlotta Maria Correra) e poi altrettanto efficacemente trasposti sullo schermo in quelli di messa in quadro. Motivo per cui ci sé sembrata la scelta migliore partire proprio da quelle per dare il là a un’analisi critica del suo nuovo cortometraggio dal titolo Il nemico, in concorso alla 44esima edizione del Sulmona International Film Festival, laddove è stato presentato dopo un fortunato percorso festivaliero iniziato un anno fa a Varsavia e proseguito in altre prestigiose kermesse alle diverse latitudini, tra cui quella di Busan, in Corea del Sud.
Il regista italo-russo mette in scena il tutto durante la gita in montagna di un gruppo di bambini che trascorre il pomeriggio giocando alla guerra. Quando uno del posto chiede di unirsi a loro, gli viene assegnato il ruolo di ‘nemico’. Questa scelta apparentemente innocente porterà a conseguenze inaspettate. Leggendo queste poche righe di trama la mente non può non andare alle pagine di La guerra dei bottoni, il celeberrimo romanzo di Louis Pergaud che narra le vicende di un gruppo di ragazzini impegnati nell’appassionante “gioco della guerra”, condotta contro i coetanei del villaggio vicino, da sempre rivale. Ovviamente non vi è nessuna diretta correlazione tra lo short e l’opera letteraria firmata dallo scrittore francese nel 1912, eppure qualcosa consciamente o inconsciamente ha generato un link, a cominciare dal tipo di ambientazione che fa da sfondo alla cornice (un bosco come “campo di battaglia”), dall’età dei giovanissimi protagonisti e da alcune dinamiche che a distanza di più di un secolo è possibile ritrovare in entrambi.
Riferimenti e analogie letterarie a parte, Chinappi dà forma e sostanza a un racconto breve che assomiglia al capitolo di romanzo di formazione, con e attraverso il quale vengono affrontate delicate tematiche universali e dal peso specifico rilevante, che oggi come ieri restano di strettissima attualità. Lo fa con un riuscitissimo sali e scendi continuo di temperatura, che raggiunge nell’arco narrativo livelli altissimi di intensità grazie alle capacità comunicative ed espressive dei bravissimi interpreti (su tutti il talentuoso Nicolò Francesco Masella) e del lavoro compiuto dalla macchina da presa. Quest’ultima gioca efficacemente e in maniera funzionale sugli opposti e sull’alternarsi tra i grandi spazi dell’ambientazione e la distanza ravvicinata dai corpi dei protagonisti, restando sempre ad altezza bambino ed escludendo la presenza degli adulti che rimane confinata al fuori campo. La fotografia desaturata di Gianluca Palma, i chirurgici movimenti della cinepresa che si allontana e avvicina dai soggetti (vedi il potentissimo campo controcampo tra il primissimo piano del protagonista e il gregge) e il formato 4:3, contribuiscono a drammatizzare le espressioni e la gestualità dei personaggi e a creare una forte dialettica tra tensione e liberazione emotiva.

Francesco Del Grosso

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