Climbing Iran

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Una nuova via

Ci sono film biografici che, oltre a portare sullo schermo le storie di personalità note o meritevoli di essere conosciute per quello che hanno detto o fatto nel corso delle rispettive esistenze, si fanno portatori sani di messaggi dal peso specifico rilevante. Due aspetti, questi, che diventando una cosa sola nel tessuto narrativo e drammaturgico possono possono dare forma e tanta sostanza alla pellicola di turno. Il ché aumenta in maniera esponenziale il valore di chi se n’è fatto carico, di ciò che ha veicolato e di riflesso dell’opera che l’ha testimoniato. È il caso di Climbing Iran di Francesca Borghetti e della vicenda personale che racconta, quella di Nasim Eshqi, pioniera dell’arrampicata all’aperto in Iran, dove le donne dovrebbero allenarsi solo su pareti “indoor”, durante orari prestabiliti, e solo tra di loro. Dopo essere stata una giovane campionessa di diversi sport, dal karate alla kickboxing, Nasim ha seguito il richiamo della natura costruendo la propria strada sulle montagne del suo Paese. Impegnata a cambiare le cose poco a poco, oggi vive a Teheran e insegna ad un piccolo gruppo di ragazze e ragazzi ad arrampicare all’aperto. Una rivoluzione silenziosa che parte dallo sport. Ma Nasim ha un sogno destinato a diventare realtà, quello di aprire una “nuova via” sulle Alpi ed entrare a far parte dell’élite del climbing internazionale. Un’arrampicata che da impresa agonistica acquisterà un significato più alto e profondo dal punto di vista umano, cultura e sociale.
Il documentario, presentato nella sezione “Alp&Ism” del 69° Trento Film Festival dopo l’anteprima ad “Alice nella Città” della Festa del Cinema di Roma 2020, ci porta al seguito di Nasim per dipingere sullo schermo il ritratto di una donna determinata a superare le barriere che si oppongono alla sua passione, siano esse fisiche, sociali, geografiche o ideologiche. Con mani forti e unghie dipinte con smalto rosa shocking apre nuove vie sulle montagne e contemporaneamente nella Società, dando tutta se stessa in una disciplina in cui non importa di che razza, sesso o religione sei, perché sulla parete sono tutti uguali e la gravità attira tutti giù con la stessa forza. Il tutto in nome della libertà e dell’uguaglianza, due sensazioni che la protagonista prova tutte le volte che si arrampica e che nessuno, neanche un Paese maschilista può impedirle di provare e porta con sé quando torna con i piedi a terra.
Al classico racconto biografico nel quale viene rievocato con parole accompagnate da immagini e documenti di ieri e di oggi il passato della protagonista, si alterna quello di un presente storico che vede regista e protagonista collaborare per portare a termine il progetto di scalata in Italia di una parete in Val di Sole. Il retelling di ciò che è stato in cui Nasim racconta e si racconta si alterna con gli highlights di questa importante impresa sportiva da compiere per lanciare al mondo un messaggio forte e deciso, da incidere a caratteri cubitali su una parete rocciosa. Un’impresa non priva di ostacoli burocratici da superare prima ancora che fisici, documentata dalla Borghetti con grande partecipazione emotiva e complicità d’intenti. E sta in questa vicinanza raggiunta tra colei che filma e colei che viene filmata l’ingrediente che fa la differenza e che consente all’opera di toccare delle corde.
La stessa vicinanza che la cinepresa raggiunge quando si ritrova a pochi centimetri dalla protagonista quando è inchiodata a mani nude sulla parete. Le immagini che ne scaturiscono, anche con il supporto aereo del drone, sono d’impatto e restituiscono la bellezza dei luoghi e la fatica del gesto sportivo. Da questo punto di vista, Climbing Iran però non raggiunge le vette di spettacolarità e di tensione adrenalinica di altri documentari sull’arrampicata come il premio Oscar, Free Solo, ma forse nemmeno era quello d’intento dell’autrice, per la quale probabilmente erano più importanti i contenuti della forma.

Francesco Del Grosso

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