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The Song Cycle

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VOTO: 8

Due ruote, due pedali e tante note

Chi scrive deve ammettere di essersi avvicinato più per caso che per altro, nell’ambito di una 17esima edizione dell’Irish Film Festa che per il resto (purtroppo) non ha potuto seguire con la dovuta costanza, a questo The Song Cycle, sorprendente documentario musicale diretto dal regista e musicista Nick Kelly. Un lavoro, quello di Kelly, che prometteva innanzitutto di mettere insieme due elementi da sempre costitutivi – tra gli altri – della cinematografia irlandese, ovvero quello musicale e quello del viaggio: il film è infatti la cronaca della lunga traversata in bicicletta compiuta nel 2022 dallo stesso Nick Kelly – già leader dei The Fat Lady Sings, ora membro insieme all’amico Seán Millar del duo dei Dogs – da Dublino fino al villaggio di Pilton, nel Somerset britannico, sede dell’annuale Glastonbury Festival: lo scopo, per il musicista e cineasta, era quello di dimostrare la possibilità di partecipare in modo ecologicamente sostenibile a un evento come quello di un grande festival musicale, evitando le emissioni inquinanti dei normali viaggi aerei, e muovendosi in bicicletta con una strumentazione minima e rigorosamente acustica. Sulla strada per Glastonbury, sorta di “terra promessa” musicale che nel corso del viaggio si caricherà (come vedremo) di vari significati simbolici, una serie di tappe intermedie, precisamente quelle di Carmarthen, Swansea, Cardiff e Bristol; tappe durante le quali Nick e Seán – quest’ultimo, impossibilitato per motivi di salute a condividere il viaggio in bicicletta con l’amico, ne ha seguito le tracce spostandosi in pullman – si esibiscono in piccoli locali e club, incontrando il pubblico locale, condividendo emozioni, ricordi e motivazioni del viaggio, e stringendo nuove amicizie. Il tutto, all’insegna di un rock & roll che per l’occasione acquisisce una dimensione più intima – anche se nient’affatto malinconica.

È insieme un film di viaggio e un documentario musicale, The Song Cycle, ma è innanzitutto quello che si dice un feel good movie, di una genuinità che ormai raramente capita di trovare sul grande schermo. Già quest’ultima caratteristica – una ragione strutturale di esistere del film, più che una sua qualità incidentale – lo rende un’opera più fresca e originale di quanto potrebbe apparire a prima vista: nel filone stesso dei biopic musicali, infatti (che si tratti di documentari, o delle più recenti fictionalizzazioni delle carriere di gruppi e artisti di fama internazionale), capita quasi sempre di trovare biografie di star o ex star tormentate, regolarmente segnate da un rapporto problematico col successo e/o col pubblico, e spesso da background personali altrettanto travagliati. Qui, Nick Kelly racconta se stesso – andiamo a memoria – come “uno che aveva pensato di poter essere Bruce Springsteen, e a un certo punto si è reso conto che non lo sarebbe mai diventato”: la chiave della diversità del suo film, probabilmente – e della sua singolare riuscita – è proprio il suo raccontare un successo che non c’è stato, almeno non nelle dimensioni e nei termini in cui siamo abituati a pensarlo. Un’esplorazione onesta di una carriera rimasta di culto (confermata peraltro dalla biografia dello stesso Kelly, che nel 2018 aveva formato il “supergruppo” The Unelectables presentandolo come “una band di ex future rockstar”) che però resta ben lontana dai toni del rimpianto, dell’esplorazione delle sliding doors che non si sono aperte al momento giusto, o della rievocazione fine a se stessa del passato: al contrario, ed è proprio questo il suo principale punto di forza, The Song Cycle è un’opera di assoluta positività, che trasmette un’energia quasi contagiosa nei suoi 85 minuti di durata. Un’energia che gli permette anche di inserirsi, in modo altrettanto fresco e onesto, in un dibattito contemporaneo sui temi ambientali che sarebbe stato fin troppo facile affrontare con temi declamatori.

Il film di Nick Kelly, al contrario, dichiara con naturalezza (e assoluta limpidezza) l’istanza politica che ne ha fatto nascere il progetto – il racconto filmato di un’impresa che voleva essere anche e soprattutto testimonianza; ma ne inserisce le tracce tra le maglie del racconto in modo fluido, dando spazio alla testimonianza di amici del regista e attivisti senza soffocare la traccia principale, e soprattutto evitando i proclami: Kelly pare voler sottolineare piuttosto come The Song Cycle – e il viaggio che documenta – sia esso stesso la (piccola) testimonianza di un’azione possibile a favore dell’ambiente, che solo per il fatto di esistere può servire da stimolo a possibili gesti simili. Un’azione di cui, comunque, non si nega la fatica né l’impegno: lo sforzo fisico del viaggio in bicicletta di Nick, con la pesante strumentazione al seguito, resta costantemente in primo piano durante le parti on the road del film, così come pure l’interazione con un paesaggio che – nelle parole dello stesso regista e protagonista – “puoi guardare in faccia mentre lo affronti”. In questo senso, la resa della dimensione fisica della fatica, e del costante confronto con le asperità del territorio, rende ancor più palpabile (seppur in modo indiretto) quella dimensione di rispetto per l’ambiente, e quindi di sua concreta difesa, che tutto il progetto vuole esprimere. E poi, a ogni tappa (ma anche durante gli spostamenti) c’è ovviamente la musica: quella, dal valore catartico, che viene suonata da Nick e Seán nei piccoli locali delle località che toccano, e anche quella che accompagna i flashback, le cui note illustrano parallelamente la vicenda artistica e umana dello stesso Nick Kelly. Due diverse dimensioni (musicali) che il documentario stesso amalgama bene anche tecnicamente, con un intelligente montaggio sonoro che sovente fa sfumare le scarne, intime note delle esibizioni presenti in quelle elettriche e più corpose dei passati concerti dei The Fat Lady Sings.

Trasuda di una contagiosa, positiva carica umana, The Song Cycle, anche quando le considerazioni che accompagnano il viaggio di Nick Kelly si fanno più personali e intime, e i ricordi assumono contorni inevitabilmente dolorosi: emerge più volte il tema del lutto, nel racconto del protagonista, in particolare nel rapporto con una figura genitoriale (quella del padre John M. Kelly, politico e accademico di una certa fama) tanto amata quanto, evidentemente, problematica da “raggiungere” (nel senso più profondo del termine) per quel figlio che aveva preso una strada tanto diversa. Il costante confronto con la figura paterna, il carattere irrisolto della relazione tra i due, quel rimpianto (di nuovo inevitabile) per una scomparsa tanto inaspettata quanto sentita come ingiusta (“proprio quando avevamo iniziato a comunicare”, dice eloquentemente Nick) danno un valore ulteriore al viaggio e al suo racconto filmato: l’arrivo a Glastonbury, il coronamento finale dell’impresa con le due esibizioni live davanti al pubblico del festival, corrispondono simbolicamente col sessantesimo compleanno del protagonista; un anno in più di quelli che aveva lo stesso John M. Kelly quando un malore se lo portò via, troncando, forse, quel tentativo di avvicinamento padre-figlio allora in fieri. E allora, l’arrivo a Glastonbury diventa il superamento di un traguardo, per il sessantenne Nick, che pare aver segnato anche la riconciliazione definitiva col ricordo paterno, e la sua incorporazione in uno sguardo che resta orgogliosamente proiettato in avanti. Senza farsi mai mancare una colonna sonora, nel segno del rock & roll, ovviamente.

Marco Minniti

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