Il traditore tipo

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Tutto fumo e niente arrosto 

Un cast stellare. Una storia tratta da un romanzo di uno dei più acclamati scrittori contemporanei. Una regista che parecchi consensi ha ottenuto nell’ambito del cinema documentario e delle serie televisive. Il traditore tipo – ultimo lungometraggio diretto dalla cineasta Susanna White (Bleak House, Volvo City) e tratto dal romanzo “Il nostro traditore tipo” di John Le Carré (“Chiamata per il morto”, “La talpa”) – si è da subito annunciato come uno dei prodotti di genere più accattivanti della stagione cinematografica. Eppure, alla fin fine, si è rivelato tutto fumo e niente arrosto, un lavoro piuttosto deludente che, malgrado l’impiego di raffinati mezzi tecnici e di professionisti più che qualificati, ha presentato non poche problematiche.
Durante una vacanza a Marrakech, Perry – un insegnante inglese – e sua moglie Gail hanno modo di conoscere Dima, appariscente uomo d’affari che presto si rivelerà essere un boss del riciclaggio di denaro appartenente alla mafia russa. L’uomo convincerà Perry ad aiutarlo a proteggere la sua famiglia da un pericoloso malvivente e, pertanto, gli chiederà di consegnare ai servizi segreti britannici una chiavetta contenente importanti informazioni. Il giovane accetta, ma, da quel momento in poi, sarà difficile per lui e per sua moglie salvaguardare la propria incolumità.
Che cos’è che di questo ultimo lavoro della White proprio non convince? Senza dubbio una sceneggiatura che, pur partendo da un’idea interessante ed accattivante, fa acqua da tutte le parti, facendo in modo che tutto il lavoro perda di credibilità e diventi – a tratti – addirittura involontariamente ridicolo. Siamo troppo spietati? No, non lo siamo. Perché, parliamoci chiaro, è assai improbabile che una donna coinvolta suo malgrado nei traffici della mafia russa di punto in bianco sia ben lieta di trovarsi in quella situazione ed inizi a tenere molto più alle persone coinvolte – fino a poco tempo prima del tutto sconosciute – che quasi alla sua stessa vita. A meno che non si tratti di puro masochismo. Ma andiamo avanti. Il problema sopra citato porta con sé, purtroppo, tristi conseguenze che – soprattutto negli ultimi minuti del film – fanno scadere il tutto quasi nello stucchevole. Esemplare, a questo proposito, il momento in cui Dima (interpretato, tra l’altro, dal bravissimo Stellan Skarsgård) scopre – non si sa come – che l’elicottero su cui sta per salire contiene una bomba, ma, giusto per fare l’eroe della situazione, decide di imbarcarsi lo stesso, senza alcuna apparente giustificazione.
Senza dubbio, è un peccato che un film su cui si è puntato molto sia stato rovinato in questo modo. Soprattutto perché, in genere, le trasposizioni dai romanzi di Le Carré difficilmente hanno deluso le aspettative. In questo caso, però, a quanto pare né l’idea di base né la presenza di un cast di tutto rispetto – tra cui vediamo, oltre a Skarsgård, anche Ewan McGregor, Damian Lewis e Naomie Harris – hanno potuto influire più di tanto sulla riuscita finale.
Una nota di merito, però, va proprio alla regia. Strano ma vero, il lungometraggio della White si distingue per la maestria con cui determinate scene sono state girate: un intrigante gioco di riflessi e di sdoppiamento delle immagini unito ad inquadrature a tratti claustrofobiche, ma che vedono anche la presenza di paesaggi talmente suggestivi da incutere quasi timore, hanno contribuito a salvare in corner un lavoro mediocre e decisamente poco convincente. Sia ben chiaro, questo non basta a far sì che un prodotto possa dirsi ben riuscito, però almeno riesce a trasmettere qualcosa di positivo e a fare in modo che tutto il film possa mantenere una sua pur debole dignità. Cosa che, come sappiamo, non accade, purtroppo, tanto spesso.

Marina Pavido

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