Bushwick

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

Carpenter for beginners

“Carpenteriano” nel midollo, Bushwick è una primizia che sin dalla sua presentazione alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes ha generato in pubblico e critica sensazioni discordanti. Alcuni hanno preferito rimarcarne le piccole/grandi ingenuità a livello di scrittura, altri si sono lasciati volentieri soggiogare dal gran ritmo della narrazione, dalla crudezza della messa in scena e dal cinismo con cui vengono affrontate le fulminanti, brutali parabole dei personaggi principali. Da parte nostra è stato quest’ultimo atteggiamento a prevalere, pur nella consapevolezza degli oggettivi limiti di tenuta su cui altri hanno preferito soffermarsi.

Il film diretto dagli esordienti Jonathan Milott e Cary Murnion, su una sceneggiatura di Nick Damici (già co-autore dell’ottimo Stake Land) e Graham Reznick, ipotizza una New York posta ferocemente sotto assedio da non meglio identificati uomini delle forze speciali, per motivi che all’inizio resteranno ignoti. Costoro sparano a vista e in azione dimostrano ben pochi scrupoli. D’altro canto la gente di un quartiere tosto come Bushwick non ci metterà poi molto a organizzarsi in bande, tirando fuori un’insospettabile quantità di armi da fuoco, mazze e coltelli, pur di tentare una resistenza disperata e prepararsi a scappare dalla zona degli scontri. Tra esplosioni, uccisioni a sangue freddo, veri e propri rastrellamenti effettuati casa per casa, si crea da subito una atipica coppia di protagonisti: dopo essersi incontrati per caso, in una situazione oramai degenerata, l’apparentemente fragile studentessa Lucy (Brittany Snow) e il coriaceo ex marine Stupe (ovvero Dave Bautista, noto negli States soprattutto come wrestler) finiscono per coalizzarsi allo scopo di salvare la pelle, tentando al contempo di rintracciare e portare al sicuro (con scarso successo, a dire il vero) prima i propri cari, poi altri superstiti.

Un film come Bushwick mette comunque a dura prova la sospensione della incredulità da parte del pubblico. Da un lato arriva, puntuale, lo “spiegone” relativo alla presenza degli spietati militari a New York, grazie alla confessione estorta a un soldato appena catturato: il suo racconto rispecchia però un disegno geopolitico talmente bizzarro e in fondo estemporaneo, gratuito, rispetto ad altre critiche espresse di recente sul grande schermo nei confronti della società statunitense (vedi La notte del giudizio e relativi sequel), da far rimpiangere ad esempio un’analoga invenzione di sceneggiatura presente nel ben più brillante e articolato La seconda guerra civile americana (1997) di Joe Dante. E tra le pecche, tra le cose poco plausibili, si può annoverare anche la facilità con cui ingenue studentesse che sembravano non avere grande confidenza, fino a un attimo prima, con le armi da fuoco, giungono in poche ore a maneggiare pistole e granate con la destrezza di un veterano dell’esercito.
Se si riesce, però, ad accantonare simili motivi di scetticismo, Bushwick sorprende per il ritmo incalzante conferito all’azione e per il grande controllo esercitato sulla messa in scena, compresi quegli effetti digitali tecnicamente ben resi che rivelano, nelle inquadrature dall’alto, una città soggetta a distruzioni d’ogni sorta e costantemente pattugliata da elicotteri. In tale cornice va a dipanarsi un plot adrenalinico, che, oltre a tenere col fiato sospeso per il destino dei protagonisti, conserva altri echi del cinema di Carpenter; un autentico Maestro del genere, Carpenter, citato a partire dalla volontà dei personaggi di fuggire da una New York selvaggia e violenta, senza contare poi il propendere per una colonna sonora parimenti trascinante e robusta.

Stefano Coccia

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