Blood Conscious

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

Indovina chi viene al lago?

Pur con qualche incertezza a livello di scrittura, Blood Conscious è la conferma che un sentiero di notevole impatto si sta aprendo nel cinema di genere americano, sulla scia delle seminali opere firmate da Jordan Peel. Difficile infatti immergersi nella claustrofobica opera prima di Timothy Covell e non ripensare all’impronta così disturbante, spiazzante, di Scappa – Get Out (Get Out, 2017) e Noi (Us, 2019). Vi si ripetono intanto determinati stilemi, a partire da una torbida e a tratti sfuggente parafrasi della classica home invasion. Mentre è proprio il fatto di battere nuovamente su temi delicati che certifica, a latere dei subbugli presenti oggigiorno nella cultura statunitense, il deflagrare di un’annosa questione socio-politica, approdata infine sul grande schermo con corrosiva e acidula virulenza.
Il rapporto con l’alterità. La mancata integrazione. Una cultura del sospetto reciproco, fondata sulle differenti identità razziali. I serpeggianti istinti violenti che lacerano gruppi famigliari poco coesi, alimentandosi poi di quell’incredibile facilità nel reperire armi letali, che fa regredire allo stato barbarico. Il non sentirsi completamente al sicuro negli ampi spazi naturali e neppure in un ambiente urbano, densamente popolato. Potrebbero essere questi i tratti che accomunano l’esordio di Timothy Covell e i lungometraggi che hanno portato al successo Jordan Peel. Facendo sì che in entrambe le parabole autoriali affiorino trame fortemente ansiogene.

Blood Conscious, inserito nella Selezione Ufficiale del quarantunesimo Fantafestival, gioca inoltre su un topos gettonatissimo dello slasher movie stelle e strisce: il laghetto isolato e circondato da boschi. Prendi una tranquilla vacanza al lago. Permetti ai nuovi arrivati di scoprire le tracce di uno spaventoso massacro. E fai esplodere le tensioni già presenti in un terzetto di ragazzi neri, nella fattispecie Kevin, la sorella Brittney e il suo fidanzato Tony. Quando poi l’unico sopravvissuto ancora sul posto è bianco, rude, sospettoso e parla in continuazione di demoni, la strada per approdare alla verità (e conseguentemente alla salvezza) è destinata a farsi ad ogni passo più ardua…
Non sono certo immuni da difetti, lo script e la regia del così inquietante lungometraggio. Alcuni passaggi appaiono un po’ affrettati (o magari scontati), anche in rapporto al dipanarsi dell’azione, col rischio di creare eccessiva confusione nello spettatore. E le stesse prossemiche dei personaggi asserragliati nella baita potevano forse essere studiate meglio, in modo cioè di dar corpo con più cattiveria alla diffidenza reciproca.
Ma i toni ambigui comunque reggono. Alimentano, attraverso i dialoghi, quel senso di insicurezza generale di cui il film si nutre, aprendosi a ventaglio su un quadro sociale turbato, precario di suo. Al contempo Timothy Covell ha dimostrato di saper costruire un mood omogeneo, funereo, accentuando la dicotomia tra le tonalità calde della casa, falsamente rassicuranti, ed il buio così opprimente che regna all’esterno, reso ancor più minaccioso da una colonna sonora in grado di acuire il già forte disagio.

Stefano Coccia

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