La macchia d’inchiostro

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9.0 Awesome
  • voto 9

La poesia è un mondo differente

Può la letteratura dare accesso ad un mondo altro? Domanda difficile e senza una risposta univoca.
Dipende, con ogni probabilità, da un gran numero di elementi e condizioni, ma noi tendiamo a pensare di sì; forse solo per convinzione personale, ma è anche vero che testimonianze in tal senso se ne sono avute da chi di letteratura ha vissuto. Di sicuro, però, se esistono posti nei quali si avverte la potenziale alterità della letteratura, sono le biblioteche e le librerie. Il discorso vale soprattutto per le librerie private, magari piccole, con gli spazi resi ancora più angusti dall’enorme mole di volumi contenuti ed al cui centro, come uno spirito guardiano, è il libraio.
Roberto Roversi, intellettuale e poeta di grande spessore, eppure poco conosciuto al di fuori del bolognese, incarna molto bene questa dimensione spirituale del luogo letterario. Per decenni titolare della biblioteca antiquaria Palmaverde, Roversi era il centro e motore immobile di tutto un mondo letterario bolognese quanto mai vitale ed eterogeneo. La sua figura viene riportata all’attenzione del grande pubblico con questo La macchia d’inchiostro, documentario diretto dal semi-esordiente Ciro Valerio Gatto, il quale però già dimostra una bella mano, e selezionato in concorso al Biografilm Festival 2021.
L’opera, per la quale la dicitura di documentario ci appare invero restrittiva, prende le mosse dal ritrovamento da parte di Caterina Roversi, nipote di Roberto, di un’opera teatrale inedita scritta dal nonno e dalla decisione di metterla in scena. Comincia qui una narrazione nella quale più piani si intersecano a formare un unico ordito complesso ma perfettamente amalgamato. Al piano documentaristico si mescola quello finzionale, al presente si mescola il passato, al pubblico si mescola il privato, in un percorso che porta la pellicola a forzare i limiti della forma documentario. In tutto questo l’opera teatrale dimostra di essere un grimaldello usato per forzare le porte del tempo e scoprire la figura di Roberto Roversi. Testimonianze e materiali d’archivio quasi si rincorrono e tutto vien quasi fatto contenere dalle pareti della vecchia Palmaverde. Più che di una documentazione della figura di Roversi possiamo parlare di evocazione, evocazione di un uomo e di tutto il mondo a lui connesso.
Film davvero originale, la cui presenza al festival bolognese, ci permettiamo di dire, costituisce ottima referenza per gli organizzatori dello stesso. Poche opere riescono a manifestare quel potere forte eppure intangibile che la letteratura sa esercitare, e quando questo potere viene amministrato da una figura quale quella di Roversi l’effetto è a dir poco ammaliatorio. “Il naufragar m’è dolce in questo mare” ci appare una citazione quanto mai calzante. Quella che meglio descrive la nostra sensazione di spettatori e di bibliofili nel venire invitati a questa santa evocazione di un grande spirito.

Luca Bovio

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