Blinded by the Light – Travolto dalla musica

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Sognando Springsteen

Si potrà obiettare, a proposito di Blinded by the Light – Travolto dalla musica, che a Gurinder Chadha piaccia vincere facile. Realizzare cioè un classico racconto di formazione esaltato dalle celeberrime canzoni di Bruce Springsteen significa in fondo andare sul sicuro, perché se il materiale narrativo non si può di certo definire originalissimo, a far da contraltare c’è senz’altro la magia della musica di “The Boss” ad insaporire un insieme comunque ben focalizzato. Ed il pregio maggiore di Blinded by the Light risiede proprio in questa indubbia abilità della regista anglo-indiana (ma nativa di Nairobi, in Kenya) di dare alla luce lungometraggi di puro intrattenimento calcolando in modalità pressoché alchemica ogni possibile risvolto degno di riflessione, in primis problematiche sempre assai attuali quali immigrazione e conseguente integrazione in un paese straniero.
Ispirato ad una vicenda realmente vissuta, il film della Chadha ci riporta indietro alla seconda metà degli anni Ottanta, dove nella cittadina britannica di Luton facciamo conoscenza dell’adolescente Javed, inglese di seconda generazione con origini pakistane molto presenti nella sua esistenza. Bulleggiato ed emarginato a causa della propria etnia, il ragazzo vagheggia improbabili progetti di fuga da una vita in apparenza monotona e segnata, fino a quando un compagno di scuola di poco più grande non gli presta un paio di audiocassette contenenti, appunto, i pezzi di Bruce Springsteen. Per Javed è una sorta di epifania: i testi delle canzoni del “Boss” diventano puro Vangelo laico, irresistibile spinta a capovolgere un’esistenza da passiva ad attiva. Anche se tale processo evolutivo comporterà inevitabili contrasti in seno alla famiglia, soprattutto in relazione alla figura paterna.
La ricetta è insomma molto semplice, richiamando alla memoria pellicole del passato sulle difficoltà d’integrazione quali ad esempio il piccolo cult East Is East (1999) di Damien O’Donnell, sia pure con accenti meno drammatici e più fantasiosi. Spesso, infatti, Blinded by the Light si apre al genere musical, facendo delle canzoni di Springsteen autentica punteggiatura narrativa del film. Una scelta formale che permette alla Chadha – anche cosceneggiatrice assieme a Paul Meyeda Berges e Sarfraz Manzoor, autore del libro ispiratore “Greetings from Bury Park: Race, Religion and Rock’N’Roll” – di sorvolare i luoghi comuni disseminati lungo il film, come ad esempio la rappresentazione della famiglia del protagonista o un epilogo sin troppo in cavalleria per la serietà delle tematiche affrontate. E le somiglianze con il maggior successo della Chadha – quel Sognando Beckham da lei girato nel 2002 – si fanno addirittura sospette in un ipotetico confronto tra le due opere, entrambe caratterizzate dalla presenza immanente di due famose figure di riferimento utilizzate come strumento di emancipazione sociale nei confronti dei giovani protagonisti. Qualche sospetto di furbizia a monte del progetto persiste, dunque. Tuttavia il messaggio che Blinded by the Light veicola è, al pari del lungometraggio precedente appena citato, altamente positivo e condivisibile, a maggior ragione nei tempi insicuri ed oscuri che stiamo vivendo: la diversità è una ricchezza ed il confronto con se stessi e l’intero corpus sociale circostante fattore indispensabile alla crescita. ABC pedagogico, insomma. Però arricchito da efficaci e convinte interpretazioni nonché irresistibili note ironiche, tipo la questione che funge da tormentone per l’intera durata del film: la vulgata cioè che considerava Bruce Springsteen già passato di moda al tramonto degli anni Ottanta. Quando si dice la lungimiranza…

Daniele De Angelis

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