Blackhat

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Infelice destino, perlomeno a livello di incassi, quello a cui è andato incontro Blackhat di Michael Mann. Un flop da annali cinematografici, tanto rumoroso – vista la superiore caratura dell’autore – quanto ingiusto. Ma non imprevedibile. Perché come suo solito Mann usa il genere – nello specifico un cyber-thriller talmente saturo di sfumature socio-politiche e vertigini esistenziali da spiazzare persino qualche ammiratore incondizionato del suo cinema – come testa d’ariete per parlarci d’altro. E sono argomenti autenticamente quintessenziali.
Blackhat infatti, ammirandolo oltre la cornice, rappresenta l’ennesimo tassello di quell’epica umana tanto cara al suo autore. Il quale stavolta scaglia il suo film direttamente in futuro assai prossimo che potrebbe divenire presente in qualsiasi momento. Blackhat può essere frainteso perché parla un altro linguaggio, racconta di una strada già pesantemente imboccata, quella di una fusione ideale tra l’uomo ed il gigantesco ombrello costituito dall’apparato informatico sotto il quale tutto il mondo cosiddetto civilizzato si ripara. Spesso senza nemmeno rendersene conto. L’ultimo lavoro di Michael Mann abbatte le frontiere fisiche e virtuali, rimbalza a perdifiato da una parte all’alta del globo, penetra simbolicamente – come un atto sessuale non privo di piacere ma in prevalenza razionale – all’interno dei numeri, quegli aridi dati che, al giorno d’oggi, costituiscono le fondamenta della nostra società capitalistica mondiale. Per terremotarle nella finzione e lanciare il suo personale messaggio d’allarme su una deriva che appare ormai irreversibile.
Il blackhat del titolo è un hacker informatico, ovviamente ramificato in una sofisticata organizzazione, che opera in grande stile su scala mondiale. Da dovunque e da nessun posto in particolare. Mediante un banale clic dalla tastiera – gesto ripetutamente sottolineato dalla regia di Mann – attenta ad una centrale nucleare in Cina – e l’incipit del film mette i brividi per agghiacciante realismo – per poi manipolare il prezzo della soia nelle Borse di tutto il mondo. Può essere combattuto solo da un suo omologo, collocato su un altro versante. Il nuovo “Messia” – che ha il fisico statuario perfettamente aderente al ruolo di Chris Hemsworth – destinato a salvare il mondo, se stesso e le proprie prerogative umane è un pregiudicato che sta scontando una pena detentiva in un carcere statunitense di massima sicurezza. La sottile linea tra bene e male, come sempre accade nella visione manniana, risulta tanto sottile da sembrare quasi invisibile. Quasi. Poiché “l’eroe” dei suoi film è sempre riconoscibile. Antepone i propri valori personali a quelli, ormai dilaganti, del Potere e del Denaro. Soprattutto è ancora capace di amare, con tutto se stesso, una donna e un ideale compiuto. L’unica chiave di sopravvivenza è appunto abbandonarsi ad un romanticismo assieme necessario, vitale e senza freni. In grado di riscaldare un mondo che va ibernandosi nella sua sete di ricchezza supportata da un sistema che ormai bypassa di netto qualsivoglia esigenza di rapporto interpersonale.
La cosa migliore da fare, per cinefili e non, sarebbe rivedere Blackhat da qui a un decennio o due. Acquistare la splendida versione home video messa di recente in commercio da Universal Pictures – peraltro corredata da ottimi extra in grado di spiegare esaustivamente le ragioni stesse della genesi del lungometraggio – e conservarla al pari di una reliquia. Per poi appurare quanto è rimasto del prefisso nella definizione di fanta-thriller. Il timore diffuso è che Blackhat possa rimanere “solamente” un thriller di quelli molto lungimiranti. Rifiutato di netto, perché mette tutti di fronte ad una verità scomoda, attraverso la perfetta sovrapposizione tra linguaggio cinematografico (come di consueto esemplare, nel cinema di Michael Mann) e le nuove frontiere della comunicazione virtuale: comprendere cioè fino in fondo ciò che il genere umano si sta avviando a divenire. A quel punto anche Blackhat smetterebbe di essere guardato e giudicato come un semplice film per essere finalmente riconosciuto come qualcosa d’altro. Una sorta di messaggio in bottiglia affidato ad un invisibile oceano di byte. Senza più effettuare il computo dei i soldi incassati rispetto al proprio costo di produzione. Contrappasso ferocemente ingiusto nei confronti di un’opera capace di schierarsi senza riserve dalla parte dell’essere umano contro l’aridità dei numeri.

Daniele De Angelis

Blackhat-BR-coverBlackhat
Regia: Michael Mann USA, 2015 Durata: 133′
Cast: Chris Hemsworth, Wei Tang, Viola Davis
Lingue: Inglese DTS HD 5.1, Italiano Digital Surround 5.1
Sottotitoli: Italiano, lingue varie
Formato: High Definition Letterbox 2.40:1
Extra: La cyber-minaccia, Ricreando la realtà, Le location: in giro per il mondo
Distribuzione: Universal Pictures Home Entertainment

 

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