Blackhat

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8.5 Awesome
  • voto 8.5

The Man(n) Factor

Probabilmente Blackhat è il film che segna il capitolo definitivo del processo di mutazione del cinema di Michael Mann, unico cineasta ad imporre la propria, ben definita, autorialità in un ambito pienamente hollywoodiano. Fino a Collateral (2004) l’equilibrio tra esigenza di spettacolo e la propria, inimitabile, idea di cinema è stato pressoché alchemico; da lì in poi la cesura tra le due istanze si è fatta assai più evidente, fenomeno al quale certamente non è estranea la maggiore libertà registica che ha comportato il fatto di girare in digitale. Già da Miami Vice (2006) – opera a cui Blackhat è apparentata in modo strettissimo – il cambiamento era visibile, con una trama di pura routine a connettere tutte le innumerevoli prerogative del cinema manniano, a partire da quello studio quasi antropologico sulle reazioni umane in circostanze che di ordinario hanno assai poco. Se in Nemico Pubblico – Public Enemies (2009) la presenza del divo Johnny Depp poteva ancora fungere da compromesso nei confronti di necessità pratiche da botteghino in un film in costume al contrario pervaso di illuminante modernità in ogni fotogramma, questo non accade affatto in Blackhat, dove tale “dicotomia” si è definitivamente sciolta. Guardando Blackhat esclusivamente come un imprescindibile documento visivo sul modus operandi cinematografico di Michael Mann, ebbene ci troveremmo di fronte al suo capolavoro terminale, ultima tappa di un percorso talmente unico da non avere possibili termini di paragone. Una sorta di trattato filosofico sul rischio che corre l’essere umano di venire fagocitato dalla tecnologia che lui stesso ha creato ed evoluto passo dopo passo, di diventare un invisibile byte di una rete virtuale e priva di confini al pari dell’universo. Ad un successivo grado di lettura Blackhat (definizione di hacker cattivo, criminale) racconta proprio questo, si focalizza sull’ultima battaglia da combattere in un preciso momento storico, ovvero quello che abbiamo appena iniziato a vivere: resistere a tutte le spinte omologanti che mirano a rendere l’intera umanità subalterna di fronte ai pochissimi che manovrano le leve di comando. In questo senso anche Blackhat, come ad esempio Insider – Dietro la verità (1999) o lo stesso Nemico Pubblico – Public Enemies è un film radicalmente politico, impreziosito ovviamente da una capacità di messa in scena talmente perfetta da non avere eguali nel cinema contemporaneo. La macchina da presa – in realtà sono molteplici, of course – dell’idealista Michael Mann continua a raccontarci della suprema difficoltà di vivere nel presente, dell’ancora di salvezza che può rappresentare l’amore, dello strazio che segue alla perdita. Penetra vorticosamente all’interno dell’azione ma poi, come di consueto, si ferma a contemplare uno sguardo prolungato verso un orizzonte incerto, oppure si blocca per interrogarsi (e interrogare chi guarda) sul fatidico attimo che precede la fine dell’esistenza. Siamo, in tutta evidenza, in un’altra dimensione di cinema rispetto a quello a cui si è abituati. E le dolenti note, nemmeno troppo paradossalmente, partono proprio da qui, da come può essere recepito dal grande pubblico un cyber-thriller denso di azione e di moltissimo altro per il quale l’impianto narrativo – peraltro la sceneggiatura è firmata da Morgan Davis Foehl, non dallo stesso Mann come accadeva in Miami Vice – è poco più di un pretesto, qualcosa che serve semplicemente a collegare, nel modo più verosimile e logico possibile ma non sempre riuscendoci, una sequenza all’altra alla maniera di innovatori alla Godard in tempi in cui la Settima Arte era creta plasmabile in mano a veri artisti. Questo può spiegare, almeno in parte, i magrissimi incassi in patria, non certo le critiche negative operate da coloro che ancora provano ad incasellare Michael Mann come regista di genere. Al contrario Blackhat è solo l’ultimo esempio di una filmografia dove ogni capitolo racchiude in sé una quantità infinita di sottotesti e chiavi di lettura, in cui la maschera del presunto genere di appartenenza è solo un invito rivolto allo spettatore di compiere lo sforzo di vedere cosa c’è oltre l’apparenza. Quella stessa analisi di superficie che porta a discutere la scelta di un attore “fisico” come Chris Hemsworth senza rendersi conto della incommensurabile valenza simbolica che esso veicola nel memorabile finale – da non svelare ovviamente in questa sede – che riconduce ogni discorso di teorico miscasting ad un ambito strettamente legato all’inarrivabile umanesimo di un autore capace di far evolvere, nell’arco di un solo film, colui che nell’opinione comune cinefila era considerato più o meno alla stregua di una specie di Big Jim senza il dono dell’intelletto in una sorta di messia laico impegnato nella delicatissima missione di salvare ciò che ancora ci può appartenere di un mondo che sta diventando, inesorabilmente, sempre più “estraneo” a noi tutti.

Daniele De Angelis

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