Belli di papà

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7.0 Awesome
  • voto 7

Voglia di lavorare saltagli addosso

Nutrire un iniziale pregiudizio nei confronti delle commedie nostrane dell’ultimo decennio a questa parte (e forse più) è diventata pratica comune vista la qualità medio-bassa portata sul grande schermo. Dichiarare e sostenere il contrario sarebbe assolutamente falso e fortemente ipocrita. Poi capita di tanto in tanto di imbattersi in pellicole come Belli di papà e vedere che tale diffidenza, ampiamente motivata e giustificata dai poco soddisfacenti risultati ottenuti nel recente passato dal made in Italy sul versante del suddetto genere, si trasforma in modo del tutto inaspettato in una piacevole sorpresa. Il film diretto da Guido Chiesa ha spiazzato noi e tanti come noi, gli stessi che qualche ora prima della visione erano convinti di andare ad assistere all’ormai consueto spreco di soldi ed energie, mediocremente incapace di fare l’unica cosa richiesta a un’operazione simile, ossia regalare alla platea di turno un piacevole intrattenimento. Per cui, almeno noi facciamo un mea culpa, tenendo però ben presente il fatto che anche se si tratta di una commedia divertente e brillante, efficace e non volgare, senza alcun dubbio al di sopra della media delle uscite degli ultime settimane (da Poli opposti a Io che amo solo te, passando per Tutte lo vogliono), presenta comunque dei limiti drammaturgici per fortuna non insormontabili.   Premessa doverosa a parte, una cosa per diritto di cronaca bisogna sottolinearla, vale a dire che se il film funziona e dispensa manciate di sorrisi e risate non è tutto merito del regista e di colui che lo ha aiutato a scriverlo (Giovanni Bognetti), perché quello firmato da Chiesa è l’ennesimo adattamento in salsa nostrana di una pellicola straniera. Per l’occasione siamo andati a pescare nuovamente in Messico, lì dove aveva già attinto nel 2011 Francesco Patierno per il suo Cose dell’altro modo, a sua volta rivisitazione di A Day Without a Mexican di Sergio Arau. Qui è il turno della fortunata commedia campione d’incassi The Noble Family di Gary Alazraky del 2013. Quest’ultima, a due anni di distanza finisce nelle mani della Colorado Film e della Medusa che la portano nelle sale a partire dal 29 ottobre. Dunque, il plot non è tutta farina del sacco di Chiesa e della produzione che glielo ha affidato, ma il regista ha saputo comunque riproporlo in chiave italiota senza affossarlo, replicando quanto di buono fatto qualche stagione or sono con Benvenuti al Sud. Non che il plot della matrice sia il massimo dal punto di vista dell’originalità, poiché le dinamiche narrative e i personaggi che le animano sono già transitate più di una volta sul grande e piccolo schermo (un altro esempio molto simile per trama è il filippino Where I Am King di Carlos Siguion-Reyna), ma in entrambi i casi ciò che ne viene fuori si rivela uno spassoso divertissement senza pretese, se non quella di regalare risate a buon mercato. E non è cosa da poco visto i tempi che corrono e cosa siamo riusciti a partorire a riguardo, anche se la riuscita di Belli di papà dovrebbe farci riflettere sul fatto che per fare qualcosa degno di nota dobbiamo andare a setacciare storie oltreconfine.
Siamo al seguito di un ricco imprenditore di successo di nome Vincenzo, vedovo rimasto improvvisamente solo a badare ai tre figli ventenni che rappresentano per lui un vero e proprio cruccio. I ragazzi vivono, infatti, una vita pena di agi, ma senza senso e soprattutto ignari di qualsiasi responsabilità, con una quotidianità leggera, lontana dai doveri e dalla voglia di guadagnarsi da vivere. Vincenzo tenta perciò di riportarli alla realtà, mettendo in piedi una messinscena con cui fa credere ai figli che l’azienda di famiglia stia fallendo per bancarotta fraudolenta. Sono quindi costretti ad un’improvvisa fuga degna di veri latitanti. I quattro si rifugiano in una vecchia e ormai malconcia casa in quel di Taranto, con i ragazzi che si vedranno costretti a fare qualcosa che non hanno mai fatto prima: lavorare.
Letta la sinossi, ci si rende facilmente conto della presenza di ingredienti piuttosto abusati nella commedia a sfondo domestico, ma questi in Belli di papà ben si prestano alla causa, alimentando una storia che nella semplicità e nell’immediatezza della trama e della sua evoluzione trova la strada giusta per arrivare al pubblico. Non ci vuole poi molto a capire dove andrà a parare e quale morale offrirà sul piatto d’argento allo spettatore, ma quantomeno non verrà da un film che ne sarà solo lo scialbo veicolo per affrontare in chiave comica il tema del confronto/dibattito generazionale. La differenza sta nella  scelta operata da Chiesa di non schierarsi mai a favore di una o dell’altra parte, puntando piuttosto sul contesto dove tale confronto ha luogo, sulle difficoltà, i problemi, le vittorie e le sconfitte di entrambi, genitori quanto figli. Ciò da un senso all’operazione, un motivo in più per apprezzarla e metterla su un altro piano rispetto alla tanta paccottiglia nazional-popolare che approda sui nostri schermi.
Eppure le premesse per fare l’ennesimo scivolone c’erano tutte se si pensa ai recenti trascorsi nella scrittura di commedie da parte del regista torinese (Fuga di cervelli e Tutto molto bello), probabilmente conscio che quell’autorialità che lo aveva portato dietro la macchina da presa di film come Il partigiano Johnny, Lavorare con lentezza o Io sono con te, non era sufficiente a pagare le bollette o le rate del mutuo. Belli di papà non è forse il massimo a cui aspirare, ma serve a dimostrare agli addetti ai lavori e al pubblico la versatilità del regista piemontese che, oltre a dirigere senza grandi sforzi qualcosa che ci appariva lontano anni luce da ciò che aveva firmato sino a questo momento da dietro la macchina da presa (compresi i documentari e miniserie tv), ha saputo mettere insieme un cast davvero ben assortito dove persino Francesco Facchinetti porta a casa una sufficienza piena in pagella, con un Diego Abatantuono in versione mattatore e la giovanissima Matilde Gioli che conferma ancora una volta la sua bravura dopo il virziniano Il capitale umano.

Francesco Del Grosso

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