La legge del mercato

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  • voto 8

Lavoratore contro lavoratore

Severo ma giusto. Il film di Stéphane Brizé può essere tranquillamente apparentato a quel particolare filone di cinema politico, incentrato sulle tematiche del lavoro, che nei paesi francofoni ha conosciuto in questi anni sviluppi di straordinario valore artistico e sociale: basti pensare a certe pellicole di Laurent Cantet o dei fratelli Dardenne. In realtà altri grandi cineasti come il marsigliese Robert Guédiguian e il britannico Ken Loach hanno saputo raccontarci, con grande efficacia, storie di natura simile; ma lo hanno fatto da un’angolazione diversa, più “calda”, in quanto determinata da precise motivazioni ideologiche e da un approccio maggiormente empatico, schierato, diretto, alla narrazione e alle disavventure dei loro protagonisti. Per la sua sobrietà stilistica, per quell’asciuttezza quasi documentaria che diventa comunque implacabile strumento di critica sociale, un’opera come La legge del mercato appare in ogni caso più vicina ai primi autori che abbiamo citato.

Non si può peraltro parlare de La legge del mercato, senza parlare del coinvolgimento di un grande attore come il francese Vincent Lindon. Qui lo vediamo interpretare un uomo sulla cinquantina, scaricato dall’azienda per cui aveva lavorato 25 anni a causa dei brutali meccanismi della delocalizzazione, ritratto fin dalle primissime scene mentre è alle prese con la disoccupazione, con “stage” e lavoretti temporanei per niente risolutivi, con sussidi insufficienti, con l’aumentare continuo delle spese cui è soggetto il suo piccolo nucleo famigliare, con le critiche dei vecchi compagni del sindacato che lo avrebbero voluto ancora al loro fianco, nella difficile causa intentata all’azienda rea di aver licenziato lui ed altri.
Quest’ultimo elemento è importante, per capire bene il clima di disillusione e di avvilente “monadizzazione” della classe salariata, che Stéphane Brizé ha saputo introdurre così bene nel racconto. A questo punto vien voglia di riprendere alcune delle dichiarazioni rilasciate dallo stesso autore, in una interessante intervista da cui si deduce, innanzitutto, la crescita progressiva del suo interesse per le problematiche sociali: “I miei film hanno sempre raccontato storie molto personali, non ho mai ritenuto necessario soffermarmi sull’ambiente sociale in cui erano collocati i personaggi. Successivamente ho iniziato a osservare la brutalità dei meccanismi e dei rapporti dominanti nel nostro mondo, sovrapponendo l’umanità di un uomo senza sicurezza lavorativa, alla violenza della nostra società. Ho scritto il film con Olivier Gorce, uno sceneggiatore che conoscevo da molto tempo ma con cui non avevo mai lavorato. Le sue analisi e il suo punto di vista su temi politici e sociali sono molto lucide. Lui è stato il compagno di viaggio ideale in questo progetto”.

Tornando a Vincent Lindon, che in questo lungometraggio si è trovato a interagire con diversi attori non professionisti (tali sono certi consulenti bancari, certi impiegati dell’ufficio di collocamento o del supermercato presso il quale troverà lavoro il protagonista Thierry, selezionati proprio per la loro familiarità con simili occupazioni), la sua magnifica prestazione interpretativa (incorniciata a Cannes dal premio come Migliore Attore) è una prova di estrema misura che agisce prevalentemente per sottrazione, in sintonia col tono che Stéphane Brizé ha voluto dare all’intero film. Quasi impossibile non identificarsi col suo sguardo rassegnato. Con quei suoi silenzi impacciati o con le risposte date a mezza bocca, di fronte ai gentili soprusi e agli atti di quotidiana disumanità cui è costretto a partecipare, nei confronti di taccheggiatori occasionali e degli stessi colleghi colti in fallo, dopo aver accettato un incarico nella vigilanza del supermercato. Ma se lo sguardo asettico della videocamera mossa da Eric Dumont, giovane e rigoroso direttore della fotografia, coinciderà per gran parte di questo austero racconto cinematografico con la registrazione apparentemente passiva del reale, la non facile scelta operata da Thierry sul finale è destinata invece ad assumere una connotazione dichiaratamente polemica, di rottura. Rafforzando così la dimensione etica del film. Perché, anche quando la logica del profitto e il potere degli sfruttatori appaiono così saldi, così incontrastati, un gesto di ribellione è sempre possibile.

Stefano Coccia

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