Assolo

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6.0 Awesome
  • voto 6

Giro di boa

Nell’ambito di un pezzo di musica d’assieme, è il brano eseguito da un solo strumento o da una sola voce, con accompagnamento o senza. Quella riportata è la definizione esatta con la quale si identifica il termine “assolo”, lo stesso scelto dalla Laura Morante regista e sceneggiatrice come titolo della sua seconda performance dietro la macchina da presa dopo Ciliegine, scritta anch’essa a quattro mani con il sodale ex marito Daniele Costantini. A eseguirlo Flavia, una cinquantenne che si trova ad affrontare per la prima volta  la vita da single, dopo due matrimoni finiti dai quali ha avuto altrettanti figli e un’ultima burrascosa relazione con un uomo irrimediabilmente sposato. L’impresa, non facile per qualunque donna, si rivela particolarmente ardua per una come lei, afflitta da un’insicurezza patologica  che l’ha resa dipendente da tutti: dagli ex mariti, dai figli, dalle amiche più o meno dispotiche e persino dalle mogli dei suoi ex mariti, insuperabili modelli femminili che Flavia si sforza di emulare. Il suo accidentato percorso verso l’autonomia e il recupero della propria autostima, sotto la guida di una psicanalista, passa per gli innumerevoli tentativi di ottenere la patente e i goffi approcci alla pratica dell’autoerotismo. Al contempo, la donna cerca conforto al vuoto sentimentale nel quale si dibatte, attraverso il rapporto con la cagnetta dei vicini e accettando con riluttanza le rozze avaces di un impresentabile collega di lavoro.
La Flavia protagonista dell’opera seconda dell’attrice toscana, che ha fatto della dipendenza dalle figure maschili, con conseguente assuefazione, l’elemento dominante della propria esistenza, si trova quindi a combattere una “battaglia” su più fronti: con gli uomini che la circondano e dei quali non riesce a fare a meno, con le rivali del suo stesso sesso (comprese le fidanzate dei figli) e in primis con se stessa. L’unico modo per vincere questa sfida è quello di trovare l’indipendenza che le permetterà – metaforicamente parlando – di cantare e suonare da sola, anche quando non ci sarà nessuno disposto ad accompagnarla. Sta qui il baricentro drammaturgico su e intorno al quale prende forma e sostanza lo script di Assolo, nelle sale a partire dal 5 gennaio con le duecento copie messe griffate Warner Bros. La Morante mette su carta prima e in quadro poi una condizione della quale si parla molto, ma che come spesso accade si tende a non approfondire, rimanendo in superficie. Quello della crisi di mezz’età che rende le donne insicure, non più soggetti di attenzioni sessuali da parte della stragrande maggioranza degli uomini che a loro preferiscono ventenni o trentenni, è un tema che al cinema ha trovato ampio spazio (uno su tutti Il club delle prime mogli), ma sul quale rarissime volte si è andato a scavare in profondità. Assolo ha il merito di farlo e con una certa dose di coraggio e spregiudicatezza, passando ai raggi x della commedia dai toni leggeri, fatta di humour e sarcasmo, un tema così delicato e serio. Il tutto senza scadere mai nel cattivo gusto e nella comicità dozzinale volgare a buon mercato. Probabilmente un pubblico femminile avrà più strumenti a disposizione per entrare in contatto e in empatia con la protagonista, quanto basta per comprenderne le dinamiche, le riflessioni, le azioni e le parole, ma anche per carpire quella verità intrinseca che le alimenta. La regista è pienamente cosciente del fatto che il personaggio di Flavia non potrà mai rispecchiare e coprire l’ampio spettro femminile, tuttavia sa che in lei sono racchiusi quegli elementi caratteriali, come le insicurezze, le paure o le fragilità, nelle quali singolarmente è più facile riconoscersi. Per cui, non si avverte mai la pretesa di restituire sullo schermo un ritratto femminile a 360°. La Flavia di Assolo è piuttosto una specchio nel quale la spettatrice di turno può andare a cercare il riflesso della propria figura interiore o esteriore (o parte di essa). In lei ci sono i geni del dna di tutte quelle donne che si trovano a fare i conti con ciò che accade una volta oltrepassata la tanto temuta boa dei cinquant’anni, comprese le persistenti sensazioni di disgregazione e di solitudine, miste alla cronica incapacità di essere indipendenti sentimentalmente dai legami affettivi e alle logoranti illusioni romantiche che continuano a soggiornare nel cuore e nella mente. Da questo punto di vista, la Flavia di Assolo è agli antipodi rispetto della Amanda di Ciliegine, quest’ultima impegnata con tutte le forze e i mezzi a disposizione a respingere qualsiasi tipo di assalto da parte della minaccia maschile. Ciononostante, anche se palesemente diverse, appaiono entrambe, ciascuna a proprio modo, come delle inguaribili sognatrici affette da un forte romanticismo.
Ma non è tutto oro ciò che luccica, con i difetti strutturali presenti nella drammaturgia e nel racconto che vengono piuttosto velocemente a galla, depotenzializzando quanto di buono espresso dall’approccio alla materia che abbiamo in precedenza evidenziato. La discontinuità della scrittura genera una frammentazione narrativa che non consente ai tre livelli e ai rispettivi linguaggi che compongono il racconto (onirico, flussi mentali arbitrali e semi-realista) di amalgamarsi come dovrebbero. Di conseguenza sullo schermo arriva un “puzzle audiovisivo” scollato, nel quale spiccano situazioni riuscite e altre meno. Quando funzionano il merito è in primis degli attori chiamati in causa, come ad esempio nei duetti tra Marco Giallini (Mauro) e la Morante (Flavia). Del resto, la commedia si costruisce anche sul cast, ma puntare sempre sui stessi volti per affidargli ruoli fotocopia con i quali si sono già misurati innumerevoli volte, finisce con il diventare ripetitivo e stucchevole: due su tutti il solito Francesco Pannofino (l’ex marito burlone, fedifrago e rozzo) o l’immancabile Angela Finocchiaro (disperata donna tradita). Senza dimenticare la stessa Morante, qui impegnata dietro la macchina da presa nel ruolo di regista e davanti in quello di protagonista. L’attrice non rinuncia a ritagliarsi un personaggio nel film, per di più principale. Il risultato è che finisce consciamente o inconsciamente con il dare vita a una Flavia che non è altro che la summa dei tanti personaggi che le sono stati affidati in passato, con tutto il carico di nevrosi, fobie e tic al seguito.

Francesco Del Grosso

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