Steve Jobs

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8.5 Awesome
  • voto 8.5

L’uomo che sfidò se stesso, il mondo

Steve Jobs. L’ossessione privata dietro l’immagine pubblica. Il sogno americano che si realizza, ma richiedendo un pesante prezzo da pagare. Un biopic del tutto fuori dagli schemi consueti, lontanissimo da ogni tentazione agiografica ed anzi assai critico nel raccontare, in tre atti scanditi dall’inesorabile scorrere del tempo, la storia personale di un uomo che ha fatto la Storia con la maiuscola. E gli uomini che disegnano i contorni dell’epopea umana non necessariamente richiedono l’ammirazione globale. Anzi.
Se in partenza sussistevano dei dubbi, cinematograficamente parlando, sul connubio tra Danny Boyle – un regista che ha fatto del movimento ipercinetico della macchina da presa un marchio di fabbrica e del montaggio serrato una sorta di teorema sullo sguardo spettatoriale – e Aaron Sorkin, sceneggiatore dai dialoghi meravigliosamente pregnanti (The Social Network, Moneyball, la serie televisiva The Newsroom) capaci di far emergere l’essenza più intima di personaggi e fatti, ebbene ogni dilemma è svanito come nebbia al sole dopo la visione di Steve Jobs. Dimostrando che qualche volta il vero autore di un film può trovarsi alla voce screenplayer. Lo script di Sorkin è un esercizio di puro virtuosismo, tutt’altro che sterile, attorno ad una figura che definire controversa è tuttora eufemistico. Danny Boyle ci mette la tecnica di ottimo esecutore quale certamente è, omettendo nella circostanza qualsiasi tocco personale. Steve Jobs è un essenzialmente film “scritto” e ciò lo si avverte in ogni sequenza. Potrebbe essere considerato il film di guerra del secolo 2.1, per come mette in scena – in una irreprensibile unità di tempo ambientata in un’angosciante serie di non luoghi che potrebbero rappresentare tutto e il nulla – la battaglia di un essere umano contro i suoi demoni interiori e quelli che gli impone la convivenza con altre persone. Steve Jobs, inteso come opera cinematografica, inanella infatti una serie senza fine di duelli. Aspri, quasi all’ultimo sangue. Combattuti da Jobs e dai suoi “nemici” – il film sposa il suo punto di vista, mai enfatizzandolo: lui vede(va) in questo modo la maggior parte delle persone che lo circondano – con l’arma, tanto impropria quanto terribile, della parola. Persino contro i suoi affetti, la sua ex compagna ed una figlia di cui inizialmente rinnega la paternità biologica. Una comunicazione verbale talmente esibita da nascondere ben altro, appena dietro le apparenze. La genialità, ovviamente. Di un uomo che ha visto il Futuro e che ha fatto il possibile, ricorrendo a qualsiasi mezzo, anche moralmente deprecabile, per vederlo realizzato. Persino a costo di sfruttare la maggiore preparazione tecnologica di altri. Steve Wozniak, ad esempio. Antico sodale di Jobs nella vita reale nonché, nella finzione, sorta di coscienza del protagonista. Sorkin mette a confronto due tipologie umane. L’individualismo esasperato di Jobs, tipica incarnazione simbolica del concetto di American Dream, versus la convinzione che nulla sia raggiungibile se non con un lavoro sinergico di squadra, teoria fatta propria da Wozniak. Capitalismo contro comunismo, ideologie colte nella loro essenza più pura e astratta? Forse il parallelo è forzato; tuttavia è in quel serrato dialogo tra un Michael Fassbender/Steve Jobs, assolutamente straordinario per capacità mimetiche e un Seth Rogen/Steve Wozniak autentica rivelazione drammatica del film, che si annida il più profondo e potente significato socio-politico dell’opera diretta da Danny Boyle.
Un viaggio nella mente e nelle vibrazioni emotive di un uomo che ha cercato, disperatamente, di compenetrarsi in quelle macchine che lui avrebbe voluto rappresentassero l’ideale complemento all’imperfezione connaturata nell’essere umano stesso. Sequenza chiave, in tal senso, quella in cui Jobs cerca inutilmente di rileggere alcuni momenti della sua esistenza mediante il linguaggio informatico, alla ricerca impossibile di raggiungere una spiegazione scientifica alla propria vita. La sublime fusione uomo-macchina non può cadere nel vortice delle passioni, non può procreare – da qui l’origine del rapporto travagliato con i suoi affetti, figlia “negata” in primis – e nemmeno concedersi il lusso di contemplare troppo il trionfo commerciale ottenuto dopo tante incomprensioni con una massa popolare non in grado di recepire, a suo avviso, il proprio messaggio futuribile. Come affermava Arthur Clarke, autore del testo sacro della fantascienza da cui Stanley Kubrick ha tratto 2001: Odissea nello spazio, in un passato ormai remoto nel prologo di Steve Jobs, il destino del personal computer sarà quello di facilitare e allietare la vita di ogni uomo e donna del pianeta.
Chiamatela Utopia, se volete. Steve Jobs ne ha fatto una ragione di vita. Sino alla fine. Se nel bene oppure nel male, allo spettatore il giudizio. L’unico in grado di emettere un verdetto, nell’ambito di un Cinema che, nella propria oggettività, si fa davvero grande.

Daniele De Angelis

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