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Anngeerdardardor

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VOTO: 8

Per non restare solo

Nel concorso principale del Trento Film Festival ogni anno trovano spazio opere che non hanno nessun vincolo di durata, tantomeno di genere e formato. Ecco allora comporsi una rosa di ventidue titoli nella quale figurano documentari, fiction e animazioni che si sviluppano sulla lunga e sulla breve distanza. Ed è proprio su quest’ultima che prende forma e sostanza il lavoro che si è aggiudicato la Genziana d’Argento per il miglior cortometraggio della 73esima edizione della kermesse trentina. Si tratta di Anngeerdardardor (The Thief) di Christoffer Rizvanovic Stenbakken, presentato in quel di Trento dopo l’anteprima mondiale nella sezione “Generation” della Berlinale 2025.
Come cineasta, Stenbakken ha sempre ricercato un alto livello di autenticità nei suoi personaggi, adottando un approccio investigativo e uno stile naturalistico. Mission e caratteristiche, queste, che si riflettono in tutto e per tutto nel suo nuovo progetto, che lo ha riportato nella città di Tasiilaq, nella Groenlandia orientale, laddove è nato e cresciuto prima di trasferirsi a Copenaghen, in Danimarca, dove attualmente vive e lavora. Ed è nella sua terra natia che ha voluto ambientare la storia al centro di Anngeerdardardor, la storia di Kaali, un giovane ragazzo autistico che una mattina scopre che il suo cane è stato rubato. Immediatamente si lancia in un’intensa ricerca del ladro, una ricerca che lo porterà a confrontarsi con il fatto di essere diverso dai suoi coetanei. Alla fine ritrova il suo cane e vorrebbe riprenderselo, ma l’animale è davvero stato rubato? E vale la pena rischiare di perdere il suo unico amico per un cane? Domande alle quali però solo la visione di questo toccante short potrà dare delle risposte.
Nei diciannove giri di lancette a disposizione, l’autore parte dal capitolo di un romanzo di formazione per affrontare tematiche universali e dal peso specifico rilevante. Torna alla mente il meraviglioso Ivalu di Anders Walter e Pipaluk K. Jørgensen, che oltre alle location condivide con lo short del collega ha molti punti in comune. Durante il tour fisico e interiore del giovane protagonista alla ricerca del suo amato cane si presenta l’opportunità per parlare non solo del rapporto simbiotico e affettivo che si può venire a creare tra uomo-animale, ma anche di amicizia, malattia e bullismo. Il tutto viene equamente condensato in una sceneggiatura che riesce a toccare le suddette argomentazioni con profondità ed estrema lucidità, in un mix di ragione e sentimento che non necessità mai di sottolineature enfatiche e della spettacolarizzazione del dolore o della malattia. Ci pensano gli accadimenti, i paesaggi mozzafiato ma al contempo spenti e angoscianti che fanno da cornice, filmati con uno sguardo semi-documentaristico e con luci naturali, a restituire con grandissimo realismo la potenza narrativa ed emotiva di un’opera al quale bastano pochi minuti, un racconto scarno ma incisivo, dei credibilissimi e comunicativi interpreti non professionisti (tra cui spicca il bravissimo Kamillo Ignatiussen), per dire tutto quello che c’era da dire e da mostrare. Nel dono della sintesi, in una manciata di parole che spezzano i silenzi, i gesti e gli sguardi, che Stenbakken ha saputo trovare tutto il necessario per costruire una storia capace di accarezzare il cuore e fare riflettere lo spettatore di turno.

Francesco Del Grosso

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