Uno storico ritrovamento
Correva l’anno 2000 quando in casa di un giovane operaio chimico nella periferia di Mulhouse, nella provincia francese, avvenne il sorprendente ritrovamento de “I girasoli”, un dipinto di Egon Schiele disperso nel 1939 nel caos delle spoliazioni naziste e delle distruzioni della cosiddetta “arte degenerata”. Come è noto, il pittore e incisore austriaco lo dipinse in omaggio al famoso quadro di Van Gogh, ma raffigurando la pianta come morente per restituire l’atmosfera e il clima che si respirava durante la Seconda Guerra Mondiale. A compierlo fu uno specialista di arte moderna di una grande casa d’aste internazionale. Il suo nome era André Masson, banditore presso la Scottie’s, che ricevette una segnalazione tramite una misteriosa lettera recapitata presso il suo ufficio. Inizialmente scettico, l’uomo decise comunque di recarsi sul posto. Quella che sembrava un’illusione si rivelò invece una scoperta straordinaria: un’opera autentica, creduta scomparsa da decenni, tra quelle trafugate dai nazisti.
A questa incredibile vicenda si è ispirato Pascal Bonitzer per la sua ultima fatica dietro la macchina da presa dal titolo Il quadro rubato (Le Tableau volé), che dopo la calorosa accoglienza alla 16esima edizione del Bif&st arriva nelle sale italiane l’8 maggio 2025, distribuito da Satine Film. L’opera diventa il fulcro di una trama che intreccia passato e presente, sollevando interrogativi fondamentali sul valore dell’arte, ma anche sul cinismo speculativo e sulla moralità accompagna la transazione delle opere, fino a toccare temi legati alla memoria collettiva, all’identità culturale e alle ripercussioni della storia sul presente. Interrogandosi sul rapporto tra cultura e profitto, il film analizza con sensibilità il modo in cui le dinamiche storiche, sociali ed economiche possano dividere o unire gli individui attraverso l’eredità dell’arte.
Il regista parigino coglie l’occasione per puntare il dito sulla mercificazione dell’arte ad opera di mercanti senza scrupoli, portandoci dentro un mondo tanto affascinante quanto poco conosciuto. Lo fa con il ritmo di una commedia gialla sullo sfondo seducente ma anche oscuro delle suddette istituzioni. Rarissime volte il cinema ci ha portato in questo mondo, ecco perché un film come Il quadro rubato acquista ulteriormente interesse, lo stesso che a suo tempo, ma con gli strumenti più affilati del thriller, aveva riscosso il pregevole La migliore offerta di Giuseppe Tornatore. Ma la pellicola di Bonitzer, scritta a quattro mani con Iliana Lolic, allarga gli orizzonti drammaturgici del suo racconto andando oltre il ritrovamento del dipinto per focalizzarsi sulle vicende umane che il suo ritrovamento ha scatenato. Il ritrovamento infatti potrebbe rappresentare l’apice della carriera del protagonista, ma presto emergono dubbi, pressioni e pericoli legati alla provenienza del quadro. Con l’aiuto della collega ed ex moglie Bertina e della stravagante stagista Aurore, André si troverà a lottare non solo per restituire all’opera il valore che merita, ma anche per dare un nuovo senso alla propria esistenza. Ed è in questo giro di vite e di dinamiche esistenziali e sociali che si addentrano nella sfera privata dei personaggi che il film trova la sua ragione di essere. Bonitzer è bravo a lavorare e intrecciare questi due binari narrativi, alternando leggerezza e gravità, suspense e humour, momenti drammatici di tragiche rivelazioni storiche e di intima introspezione psicologica. Il tutto ben supportato dalle performance attoriali, a cominciare da quelle participi di Alex Lutz, Léa Drucker e Arcadi Radeff, che gestiscono al meglio i frequenti cambi di registro e di tono che i rispettivi personaggi sono chiamati a interpretare e trasferire sullo schermo.
Francesco Del Grosso









