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L’engloutie

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VOTO: 7,5

Verità sommerse

Di L’engloutie (The Girl in the Snow) se ne è scritto e sentito parlare un gran bene sin dalla prima apparizione pubblica al Festival di Cannes 2025 nella sezione Quinzaine des Cinéastes, ma la visione nel corso della 74esima edizione del Trento Film Festival, in attesa di una probabile si vocifera prossima uscita nelle sale nostrane, ha una volta per tutte confermato le qualità e i meriti della pellicola d’esordio di Anaïs Tellenne.
L’engloutie ha messo ulteriormente in evidenza anche nel passaggio al cinema narrativo la straordinaria originalità che contraddistingue una regista che ha ancora margini di miglioramento, ma che possiede uno stile davvero inconfondibile. Del resto, si tratta di un’autrice che abbiamo già avuto modo di conoscere e apprezzare in passato grazie a opere come L’homme le plus fort e Le voyage de documentation de Madame Anita Conti, nelle quali il processo di ibridazione ha permesso un riuscito mix tra cinema del reale e finzione. Un modus operandi, questo, che ritroviamo nel suo esordio di fiction, girato anch’esso con un’intensità e una prossimità quasi documentaristiche per quanto concerne il rigore formale e il realismo della messa in quadro, incastonata a sua volta in un’imponente cornice innevata che fa da sfondo a un villaggio ai margini delle Hautes-Alpes, nell’alta valle del Vénéon, al confine tra Francia e Italia. Qui, nel 1899, giunge una giovane maestra di nome Aimée. Leggendo Cartesio e spinta dalla sua fede nelle virtù emancipatorie dell’educazione repubblicana e del progresso scientifico, si trasferisce in uno chalet molto rustico e le viene affidato il compito di insegnare (in francese) a quattro bambini che vivono in tre case più in basso, abitate da una manciata di persone. Le madri lavorano come domestiche nella valle durante l’inverno, mentre altri sono partiti per climi più miti in Algeria e in California. In questo mondo freddo e arido, Aimée si dovrà scontrare con la durezza della natura degli inverni rigidi, ma soprattutto con la chiusura della comunità, fatta di sguardi muti e silenzi ostili.
L’engloutie pone al centro del racconto un’altro incontro/scontro tra un “corpo estraneo” e la topografia fisica e umana nel quale il personaggio di turno va in maniera turbolenta a innestarsi, entrando in rotta di collisione, rompendo delicati equilibri e scatenando tempeste ormonali nei maschi locali. Nella letteratura cinematografica di dinamiche simili ce ne sono in abbondanza, il ché le rende immediatamente codificate, universalmente leggibili dal fruitore e di conseguenza prevedibili e non originali dal punto di vista narrativo e drammaturgico, poiché sorrette da una struttura archetipica. La mente non può non andare ad esempio al Dogville di Lars von Trier e più di recente a God Will Not Help di Hana Jušić, ma tantissimi sono i film che si reggono e ruotano intorno al principio del “pesce fuor d’acqua”, che in questo caso è una giovane insegnante arriva in un remoto villaggio alpino e porta modernità, ma si scontra con credenze oscure e misteri nascosti.
Dal canto suo la regista francese, con la collaborazione in fase di scrittura di Maxence Stamatiadis, ispirandosi a remote esperienze familiarie a una fiaba nera che affonda le radici negli abissi del mistero, delle inquietudini e del misticismo, sopperisce ai suddetti “limiti” confezionando un film suggestivo e ammaliante, che gioca efficacemente sulle atmosfere e su una tensione latente che scorre sotterranea insieme a venature magiche e gialle destinate e implodere nell’epilogo. L’autrice sa come alimentarla, gestirla e trasformarla in magma drammaturgico incandescente, che scioglie le nevi e riporta a galla le verità.
Come strumento, la Tellenne utilizza i contrasti e l’intersezione ben dosata di generi, filoni (thriller, feminist movie, sensual drama, documentario antropologico) e relativi stilemi, dando forma e sostanza audiovisiva a un folk horror che sembra intrecciare il cinema di Olmi con quello di Avati. Il tutto con il contributo sostanzioso e prezioso della performance di assoluto livello di una Galatéa Bellugi in continua crescita, della fotografia evocativa di Marine Atlan e della musica magnetica e inquietante di Émile Sornin.

Francesco Del Grosso

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