Home Festival Altri festival Silent City Driver

Silent City Driver

241
0
VOTO: 9

Requiem per Ulan Bator

Ci si perdoni l’accostamento, di sicuro un po’ spregiudicato, ma a livello cinematografico la Mongolia sta diventando per l’Asia ciò che l’Islanda già da qualche decennio è per l’Europa. Nel senso di un paese dove per forza di cose non si producono molti film, ma tra quei pochi che vengono realizzati ed eventualmente esportati (magari grazie alla lungimiranza di certe manifestazioni cinematografiche) la possibilità di imbattersi, se non in un capolavoro, almeno in un film capace di destabilizzare l’immaginario preesistente allargandone gli orizzonti, è senz’altro più alta che altrove. Da quando il Far East Film Festival ha cominciato a prestare maggiore attenzione alle steppe mongole e al caos metropolitano di Ulan Bator ce ne siamo resi pienamente conto. Se perciò a Udine nel 2023 eravamo rimasti tutti un po’ stregati da The Sales Girl di Janchivdorj Sengedorj, inconsueto coming of age incentrato sulle esperienze della cassiera di un sexy shop (che però, con nostro sommo dispiacere, non ottenne riconoscimenti ufficiali) ancora più forte alla ventisettesima edizione del festival friulano è stato l’impatto di Silent City Driver, lungometraggio dello stesso, acclamato cineasta mongolo (che ci sentiamo ormai di poter definire un autore), premiato a Udine con l’ambitissimo Gelso viola MYmovies / MYmovies Purple Mulberry Award.

Da lodare vi è intanto l’interesse mostrato dai fruitori della piattaforma, per un film dal notevolissimo appeal visivo ma volendo anche spigoloso, a livello di contenuti e atmosfere, per via di quell’aura tetra che può affascinare come anche risultare respingente. Se comunque le fortune del già menzionato The Sales Girl erano affidate pure al magnetismo e alla bellezza non ordinaria della protagonista, Bayartsetseg Bayangerel, in Silent City Driver è la stessa fisicità dell’attore Tuvshinbayar Amartvushin a confermare la presenza, nel cinema mongolo, di canoni estetici e narrativi non facilmente sovrapponibili a quelli maggiormente diffusi in Occidente; tali, però, da diventare fortemente iconici, bucando lo schermo e scavando un solco profondo nell’immaginario.
Allampanato, di statura parecchio superiore alla media, dotato di uno sguardo penetrante cui fa da cornice il faccione solenne e ieratico, Tuvshinbayar Amartvushin è in possesso di una presenza scenica non comune, posta efficacemente al servizio del suo personaggio tormentato e scontroso: Myagmar, una solitaria anima in pena nell’Inferno della metropoli asiatica.
Del resto, su quelle spalle robuste Myagmar ha un fardello per niente trascurabile da portare: si è fatto più di dieci anni di carcere duro per omicidio, convive con indicibili sensi di colpa e ha comunque un rapporto quotidiano con la Morte, avendo trovato lavoro all’uscita di prigione proprio come autista di carri funebri. Tra le poche persone con cui cerca di instaurare un dialogo vi è per l’appunto un giovanissimo monaco buddista, incontrato sul lavoro, dalla filosofia di vita talora eccentrica: irresistibile il momento in cui scosta leggermente la tonaca, per mostrare con orgoglio che sotto indossa una maglia del Manchester United, la squadra per cui fa il tifo. Persino più importante si rivelerà però l’incontro con Saruul (Narantsetseg Ganbaatar), malinconica bellezza mongola sulla cui inquietudine pesano ugualmente trascorsi poco piacevoli e inconfessabili segreti. Ma è innanzitutto sul piano spirituale e dell’empatia che i loro destini appaiono destinati, da subito, ad intrecciarsi.

Senza svelare nulla sul macabro epilogo, possiamo semplicemente dire che Silent City Driver si impone progressivamente allo sguardo (soprattutto nelle memorabili sequenze notturne) forte delle sue componenti atmosferiche, crepuscolari, misteriche, laddove gli scarni dialoghi (che nell’approccio alle contraddizioni e ai dilemmi più profondi dell’esistenza umana ci hanno ricordato un po’ il cinema di Kiarostami, vedi Il sapore della ciliegia) sembrano quasi puntellare la potenza e talora anche la visionarietà delle immagini, cui non sono certo estranei picchi onirici e simbolismi: tra i più pittoreschi ed enigmatici frequentatori della Ulan Bator “by night” non potremo facilmente scordare quel cammello, che vediamo materializzarsi la prima volta alla fermata di un bus notturno. Totem vigile, solitario e silente. Non sono poi un contrappunto inerte le musiche, affidate spesso a band mongole che prediligono sonorità ipnotiche e ambientali (Jako Jako, Delkhil Band), sulle quali troneggia però l’autentico tormentone, dal forte timbro esistenzialista, rappresentato nel film dal reiterato ascolto di Comme un Boomerang. Ed è al così intenso brano di Serge Gainsbourg che affidiamo idealmente le nostre conclusioni: ”Je sens des boums et des bangs / Agiter mon cœur blessé / L’amour comme un boomerang / Me revient des jours passés / À pleurer les larmes dingues / D’un corps que je t’avais donné

Stefano Coccia

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

19 − 1 =