Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris
Dal cannibalismo di Raw. Una cruda verità alle mutazioni di Titane (Palma d’oro a Cannes 2021), fino ad arrivare alle trasformazioni e alla malattia di Alpha, dal 18 settembre 2025 nelle sale nostrane con I Wonder Pictures dopo le anteprime sulla Croisette lo scorso maggio e alla 21esima edizione del Biografilm. Se «un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova» come disse Agatha Christie, allora per la regista Julia Ducournau il corpo e le sue dinamiche fisiche, psicologiche ed emozionali, rappresentano l’oggetto principale di osservazione e di conseguenza il baricentro narrativo, drammaturgico e autoriale, su e intorno al quale ruota e si sviluppano pensiero, cinema, messa in quadro e poetica.
Il tutto trova nuovamente forma e sostanza in un dramma sociale e familiare, i cui traumi vengono mostrati attraverso la lente deformante dei generi, in particolare del body horror. Da qui prende forma e come vedremo scarsa sostanza il terzo lungometraggio firmato dalla talentuosa e visionaria cineasta parigina che ribadisce quanto l’eccentricità e l’orrore corporeo sono ancora radicati nei suoi mondi e in quelli che decide di materializzare sul grande schermo. In Alpha, la Ducournau riavvolge le lancette dell’orologio fino agli anni Ottanta per condurci in una città immaginaria ispirata a New York City al seguito di Alpha, una tredicenne inquieta che vive sola con sua madre, dottoressa in una clinica specializzata. La loro quotidianità è sconvolta quando la ragazza torna da una festa con un tatuaggio “fatto in casa”, una A rozzamente incisa sul braccio. Il timore che la bravata l’abbia portata a contrarre un pericoloso virus inizia ad aleggiare nelle loro vite proprio mentre a casa loro compare lo zio tossicodipendente. Il virus assassino in questione, che riecheggia l’epidemia di Hiv/Aids, trasforma le persone in statue di marmo. La pietra diventa così simbolo sacro di vita e morte, memoria e paura.
La Ducournau mescola dunque un piano realistico, seppur contaminato da derive trans-genere, con un piano più metaforico, creando di fatto un quadro intrigante. Ciò non è stato però sufficiente a garantire all’opera delle basi abbastanza resistenti da supportare il peso specifico e la portata delle argomentazioni trattate e della complessità del plot. Eppure il film aveva tutte le carte in regola, sulla scia dei precedenti che hanno portato l’autrice all’attenzione degli addetti ai lavori e alla ribalta internazionale, per consegnare al fruitore l’ennesima storia dura e potente, intima e commovente, incentrata sui temi dell’identità, della crescita e dell’accettazione. Resta un forte amaro in bocca. A conti fatti però l’esito rivela una scarsa attenzione alla storia che si sta raccontando, causato da un accumulo continuo ed esasperato di materiali, oltre che da una perdita ripetuta del focus narrativo. Il ché si manifesta mediante futili digressioni, una serie di immotivati giri a vuoto e fastidiose ripetizioni, che provocano frequenti perdite dell’orientamento da parte di uno spettatore costretto a navigare a vista senza bussola all’interno di una timeline nella quale fanno enorme fatica a tessersi le singole one-lines. A risentire del contraccolpo, oltre al plot, sono in primis i personaggi, a cominciare da quello interpretato dalla giovane Mélissa Boros che deve barcamenarsi per mantenere il controllo su una figura complessa come quella dell’adolescente protagonista. Nel mezzo, infatti, la Ducournau, che di Alpha ha firmato anche la fragile e discontinua sceneggiatura, prova tra le tante piste narrative a incastonare all’interno dello stratificato racconto le dinamiche di un coming-of-age con temi e stilemi annessi, provocando purtroppo ancora più confusione e alimentando ulteriormente il già evidente affollamento. Ne consegue una saturazione che destabilizza e genera crepe nella già pericolante architettura.
A uscirne indenne sono la fotografia di Ruben Impens e gli altri due interpreti principali, ossia Golshifteh Farahani e Tahar Rahim, rispettivamente nei panni della madre e dello zio della protagonista. Se la prima sa come manovrare i fili emotivi e alzare di volta in volta la temperatura e l’intensità delle scene, il secondo ha perso 20 chili per la parte di un eroinomane regalando una performance fisica di grandissimo livello che riporta la mente allo scheletrico e contorto Christian Bale de L’uomo senza sonno. Ciò suo e nostro malgrado non basta a riportare a galla un’opera sulla quale pesa come una zavorra l’assenza di una linea guida solida e chiarezza da percorre. Al contrario si sbanda su un racconto dissestato che finisce con il deragliare, trascinando con sé lo spettatore e le intenzioni dell’autrice, ombra di se stessa e di quella che avevamo apprezzato per il coraggio e le capacità tecniche delle opere precedenti.
Francesco Del Grosso









