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Alien: Romulus

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VOTO: 7

Ritorno alle origini

Ogniqualvolta un nuovo tassello si va ad aggiungere a una saga di successo più o meno longeva l’attesa degli estimatori si divide tra esaltazione e scetticismo, curiosità e paura di restare delusi. Anche quella nei confronti del settimo capitolo di Alien (nono se contiamo i due crossover collegati con Predator) dal titolo Alien: Romulus, in uscita nelle sale nostrane il 14 agosto con Walt Disney Company Italia, ha seguito pressoché il medesimo iter con le aspettative che ascoltando le voci di corridoio non erano delle migliori visti i precedenti che non hanno soddisfatto i cultori della materia. La scelta di programmarne l’uscita in piena stagione balneare in tal senso, per di più il giorno prima di Ferragosto, aveva fatto storcere il naso e a molti, noi compresi, era risuonato come un possibile campanello d’allarme circa la riuscita dell’operazione, quasi si cercasse di limitare i danni collocando il film in un periodo solitamente poco favorevole alle prime visioni in termini di affluenza. Ci ha pensato poi la visione della pellicola prodotta neanche a dirlo da Ridley Scott e diretta da Fede Alvarez a scacciare dalla mente maldicenze e brutti pensieri, consegnando al pubblico un film di buona fattura che ha dimostrato di avere tutte le carte in regola per entrare a fare parte del celebre franchise.
Il fatto che con Alien: Romulus si ritornasse alle origini con il regista uruguaiano che precedentemente aveva dichiarato di volere tornare all’approccio di base della saga con l’orrore puro del primo film e gli elementi thriller di Aliens e Alien 3 aveva in qualche modo fatto ben sperare e ingolosito il pubblico. La decisione di riavvolgere le lancette andando a collocare la vicenda nell’anno 2142, ossia crononologicamente tra gli eventi di Alien e Aliens, fungendo da sequel del capostipite e da prequel di quello di Cameron. Tecnicamente parlando si tratta dunque di un midquel, che nel glossario cinematografico è un seguito di un film che narra fatti avvenuti nel mezzo dei primi due capitoli di una saga e dove si approfondiscono meglio il carattere e i cambiamenti fisici e/o psichici dei personaggi. Quest’ultimo non è però proprio il caso della pellicola di Alvarez che ha come unico anello di congiunzione con l’opera del 1979 la presenza di ciò che resta dell’ufficiale scientifico Ash, ossia l’agente segreto androide della compagnia Weyland-Yutani interpretato da Ian Holm. Si tratta dunque del solo punto in comune poiché i personaggi e gli attori sono nuovi di zecca e tra questi figura la bravissima Cailee Spaeny, salita alla ribalta grazie a Priscilla e a Civil War, qui nei panni di una ragazza facente parte di un gruppo di giovani esploratori che, rovistando nelle profondità di una stazione spaziale abbandonata alla deriva chiamata Romulus, si troverà faccia a faccia con la forma di vita più terrificante dell’universo, il letale Xenomorfo proveniente da LV-426. Il seguito lo lasciamo ovviamente alla visione, ma è abbastanza facile ipotizzare a cosa gli sventurati protagonisti andranno incontro.
La sceneggiatura firmata dal regista di Montevideo insieme al fedele collaboratore Rodo Sayagues ha il merito di aver trovato un appiglio narrativo e drammaturgico credibile ed efficace per dare un senso all’operazione e soprattutto per riallacciare i rapporti da tempo interrotti e compromessi con lo spirito primigenio della matrice. Questo era venuto meno già dai tempi di Alien – La clonazione e proprio la sua assenza ha per quanto ci riguarda inficiato sui capitoli successivi. L’averlo ripreso in mano ha permesso a questo sequel di ritrovare quel mix calibrato e vincente di space opera, horror e azione che ha fatto la fortuna dei primi entusiasmanti capitoli, non a caso i preferiti da Scott e dai fan della saga. Alien: Romulus riparte proprio da quegli ingredienti per riproporre, con le giuste distanze del caso, la ricetta originale. Più o meno le dinamiche restano le stesse, con un gruppo di esploratori impegnati in una sanguinaria e claustrofobica lotta per la sopravvivenza contro l’ennesima covata bestiale in una stazione spaziale fatiscente all’insegna di un retro-futurismo dal sapore vintage che non stona mai. L’originalità del plot non è dunque il piatto forte del menù, ma la scelta degli autori dello script di vedere impegnati nello scontro un gruppo di giovanissimi, al quale si va ad aggiungere l’androide di turno, costituisce un elemento inedito per il franchise.
L’adrenalina, la tensione e il livello di coinvolgimento che Alvarez riesce a portare sullo schermo con scene d’azione di grande impatto (vedi il combattimento in assenza di gravità o il countdown che scandisce il possibile contatto della nave spaziale con gli anelli del pianeta satellite) consentono alla timeline di non avere flessioni o momenti di stasi eccessiva, garantendo ad Alien: Romulus sufficiente carburante nei serbatoi per intrattenere il fruitore e portare a termine la complicatissima missione assegnata: riportare in quota la saga dopo un sonno criogenico che durava dal 2017. Noto per aver diretto il remake de La casa e il thriller Millennium – Quello che non uccide, Alvarez del resto è uno di quei registi che vanno diritti al punto, non tergiversano con derive autoriali e celebrali come quelle prese da Scott nei prequel Prometheus e Alien: Covenant. E infatti il risultato gli ha dato ragione.

Francesco Del Grosso

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